venerdì 30 ottobre 2009

SLAYER – World Painted Blood



Sony - 2009
Thrash metal (a manetta!)
Da 1 a 10: SLAYEEEEER! (666)
Articolo di: Michele Marinel

O Slayer o morte!Posto questo paletto nelle vostre vite o, in alternativa, nel vostro sterno, parliamo del nuovo album del quartetto losangelino. L'undicesimo lavoro in studio di Tom Araya e soci è, come al solito, una mazzata che non ammette repliche, nonostante tutto quello che possiate aver letto su riviste di settore o in rete, non aspettatevi un nuovo “Reign In Blood”.

Come sempre accade un album degli Slayer è una spanna al di sopra della media dei dischi thrash metal che potete trovare in circolazione e “World Painted Blood” non fa certo differenza. Undici brani dal bel tiro, con uno stile scarno ed asciutto, a tratti dal piglio hardcore punk nella loro essenzialità, ma capaci ancora di fomentare un pogo selvaggio (anche se siete da soli). “World Painted Blood” riecheggia qua e là i tempi d'oro della band, strizza l'occhio in qualche punto anche a “Divine Intervention”, dimenticandosi delle virate più moderne di “Diabolus In Musica” (album troppo sottovalutato) e “God Hates Us All” (album invece anche troppo sopravvalutato) facendo il paio con il precedente lavoro. Gli Slayer oggi richiamano se stessi, autocitandosi in qualche caso, peccando di originalità certo, ma restando caparbiamente coerenti con uno stile forgiato negli anni e capaci ancora di sfoderare alcune chicche come la sulfurea “Beauty Through Order”, che rimanda agli storici mid tempo della band, o la deflagrante “Psychopathy Red” che testimonia ancora una volta la capacità di Jeff Hanneman di tirare fuori riff affilati come rasoi quando ci si mette. Anche Mr. Kerry King da un apporto di valore all'album con due pezzi molto carichi come “Public Display Of Dismemberment” e la conclusiva “Not Of Ths God” e anche grazie ai suoi assoli come sempre assolutamente schizofrenici.Rimane escluso dai credits dei brani il buon Dave Lombardo, che da comunque un'egregia prova di se dietro le pelli, pur sapendo di poter fare molto di più se solo gli fosse concesso il dovuto spazio.In globale un album che nulla aggiunge e nulla toglie alla carriera degli Slayer, ma nonostante questo, lo ribadisco, un disco che stacca ampiamente tutta la concorrenza.

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STREET SWEEPER SOCIAL CLUB – Street Sweeper Social Club



Cooking Vinyl – 2009
Crossover (rap-rock e coretti)
Da 1 a 10: Come i Rage Against The Machine senza Rage e senza Machine (6)
Articolo di: Michele Marinel

Tom Morello sembra incontenibile nella sua ansia da prestazione artistica. Defunti e risorti (scopo monetizzare un'onorata carriera finita nel cesso anni fa) i Rage Against The Machine, archiviata la mediocre parentesi con gli Audioslave in compagnia di Chris Cornell, si è dedicato a progetti come l'Axis Of Justice in compagnia del singer dei System Of A Down e al suo progetto solista folk The Nightwatchman, forse la cosa più interessante da lui fatta negli ultimi anni. Siccome però la chitarra acustica non può certo saziare il nostro eroe, Morello ha reimbracciato l'elettrica per cimentarsi in questo progetto in compagnia del rapper Boots Riley alla voce.

Con gli Street Sweeper Social Club Tom Morello riprende in maniera più convinta lo stile chitarristico tipico dei Rage Against The Machine, seppur scevro di quelle asprezze e di quei colpi di genio che resero i RATM una delle più importanti band degli anni '90. Un riffing dal sapore hard rock, con rimandi zeppeliniani, che si mischia al funk e in qualche caso occhieggia al folk del già citato progetto di Morello che in questa sede si occupa sia delle chitarre che del basso riuscendo, bisogna ammetterlo, a sciorinare alcuni riff di basso tra i più memorabili sin dai tempi del debutto dei RATM. Boots Riley fa il suo dovere fornendo un cantato più canonicamente rap rispetto a quello di Zack De La Rocha, paragone assolutamente inutile ma che ovviamente verrà in mente a chiunque ascolti quesot disco. Se Zack infatti aveva un timbro acido e scivolava spesso in un cantato urlato che mescolava per l'appunto il rap con il suo passato harcore punk, Riley è un rapper puro che sciorina le sue liriche con fare cool quasi strafottente. L'effetto non è male e decisamente risulta meno ostico rispetto ai lavori della prima band di Tom Morello. Tutto il disco scorre in maniera abbastanza liscia, con tanto di cori qua e là o di “clap clap” di mani che potranno essere molto d'effetto in sede live. Purtroppo l'effetto su disco ottico è quello di un album che vorrebbe avere un piglio rivoluzionario ma che risulta un po' salottiero, un disco più da club che da squat.Insomma un bel disco di crossover come non si faceva più da tanti anni, che poteva essere fatto meglio, più grintoso e tagliente, ma che comunque si lascia ascoltare anche se l'eredità di Tom Morello gli pesa addosso come una pietra tombale.


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ARKONA - Goi, Rode, Goi!



Napalm Records - 2009
Folk/Pagan Virile (100% Power Metal Free!)
Da 1 a 10: Solido e monumentale (7)
Articolo di: Simone "M1" Landi

Con quattro album alle spalle, un live e due dvd gli Arkona possono a buon diritto essere definiti una band matura e all'apice della propria carriera, situazione questa testimoniata dalla collaborazione con la Napalm Records e dalla diffusione anche in Europa di tutto il catalogo del gruppo. Il combo russo capitanato dalla carismatica Masha, versatile frontgirl dalle indubbie doti canore, forte anche di una lunga sfilza di ospiti (provenienti fra gli altri da Manegarm, Obtest e Skyforger) ci regala quasi ottanta minuti di folk metal dall'animo pagano in bilico fra aggressione (l'incipit di "Kolo Navi" è abbastanza eloquente a riguardo) e atmosfere sciamaniche ("Kupalets").


I brani sono tutti fortemente strutturati e rifiniti ma non per questo poco scorrevoli, permettendo all'ascoltatore di esplorare tutte le diverse anime dei russi anche all'interno della stessa canzone. Il grosso merito di questo va certamente a Masha che nel giro di pochi istanti è capace di passare da un growl che farebbe rabbrividire parecchie colleghe più famose, ad uno screaming tagliente fino ad arrivare a clean vocals vigorose, supportata poi dal frequente uso di cori. Altra componente fondamentale per donare una genuina anima folk è l'utilizzo di tastiere e strumenti caratteristici per generare melodie solari ("Goi, Rode, Goi!"), quasi ballabili ("Yarilo") ma anche grande pathos epico. Brano manifesto è certamente "l'enciclopedica" "Na Moey Zemle" che in quindici minuti condensa tutta l'essenza dell'Arkona-sound, un'opera che in carriera la band non aveva mai provato.
Non posso garantire che "Goi, Rode, Goi!" sia il miglior album del combo russo dato che questa valutazione esula da un'interpretazione oggettiva (il mio preferito rimane ancora "Vozrozhdenie"), ma si tratta sicuramente di un disco solidissimo, curato e grandioso per quanto riguarda lo sforzo produttivo messo in atto e la durata complessiva. A garanzia della genuinità c'è però il fatto che la produzione, il missaggio e la masterizzazione sono stati realizzati dai membri del gruppo.

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giovedì 29 ottobre 2009

Michael Jackson's This is It



Sony Pictures - 2009
Documentario (non e' proprio un film)
Da 1 a 10: Da vedere anche se non siete appassionati di MJ (9)
Articolo di: F. Paolo Micciche'

Inutile girare intorno all'argomento: ormai sulla morte di Michael Jackson si è detto di tutto e di più, ci siamo sorbiti ore ed ore di speciali sulla TV, abbiamo letto centinaia di pagine di carta stampata e di post su internet, i centri commerciali sono colmi della discografia originale, dei video ufficiali e dei bootleg, di libri, posters, e di quant altro possa arricchire le casse delle labels. Ma una cosa mancava all'appello: un film / documentario che mostrasse gli ultimi mesi di vita dell'indiscusso Re del Pop.


"This is it" mostra la macchina organizzativa che Jackson aveva messo in moto per i 50 concerti di addio alla carriera, e già dalle prime immagini lo spettatore viene proiettato nella dimensione "backstage": dalle audizioni per il cast, alle prove tecniche di ogni singolo brano, sembra di stare dentro lo Staples Center di Los Angeles, il teatro che ha ospitato le prove dello show. L'occhio della telecamera è fisso su Jackson, il quale non sembra essere così stanco ed invecchiato come si è detto, ma anzi cura maniacalmente ogni singolo dettaglio, dai semplici accordi di chitarra agli avveniristici effetti 3D per il video di Thriller, con tanto di occhialini e fantasmi che sarebbero dovuti volare sul pit, o all'intro per Smooth Criminal, mixato con il pezzo in cui Rita Hayworth canta "Put the blame on Mame" su "Gilda", e l'inseguimento e la sparatoria con Humphrey Bogart, il tutto condito da fuochi d'artificio sul palco e dalla famosa passerella sospesa nell'aria. Che sia un'operazione commerciale, è fuori dubbio, ma ciò non toglie che non debba essere snobbata, a maggior ragione se, come il sottoscritto, siete appassionati di live: "This is It" è l'ultima testimonianza artistica di un genio idolatrato persino dalla sua équipe, ma che riesce sempre a mostrarsi umile e paziente, e che avrebbe regalato, ancora una volta, uno show unico e di dimensioni epiche.




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martedì 27 ottobre 2009

AVOID A-VOID - Abyss Desires



Echozone - 2009
Synthpop (e anche di classe!)
Da 1 a 10: Un debutto che merita (8.5)
Articolo di: F. Paolo Micciche'

Full lenght album di debutto per il duo tedesco formato da Rico (Huellermeier, NdR) e Falo, due artisti che vantano una decennale collaborazione nell'underground EBM (basti ricordare il gioiellino che risponde al nome di Silvery / black box di qualche anno fa), e che in questo cd raccolgono la summa delle loro capacità creative, dando vita ad una tracklist variegata e matura, che incanta chi la ascolta dalla prima all'ultima canzone.

Le influenze dei capisaldi del genere ci sono tutte e se proprio vogliamo essere fiscali qualche riga di "Abyss Redropped" potremmo considerarla come la sorella minore di "It's no good" dei Depeche Mode, ma sono pezzi ipnotici e surreali come "Bury your pain" e "Reliance" a fare la differenza, mentre "If we were gone" e "Many souls" sembrano essere scritte apposta per le dance-hall dei club.
Chicca dell'album, la opener "Ignorant", malinconica, folle e malata: "and all this love is like decay from drugs".
Un disco maturo e ben strutturato, nel quale gli arrangiamenti degli strumenti e dei sintetizzatori sembrano essere fatti apposta per le voci e viceversa, e do ragione alla frase sul myspace degli Avoid a-void "complementari come il gin e il tonic": se questo è il promettente "biglietto da visita" dei due tedeschi, spero in un seguito quanto prima.


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MARZIO BERTOTTI - Il Furore Della Vita Insolente

Vacation House - 2009
Folk-Rock (acustico)
Da 1 a 10: libro parlato (4)

Articolo di: cece

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Marzio Bertotti, meglio conosciuto come “Mungo” era, o lasciamo pure che sia ancora, un icona dell’hardcore made in Italy. Erano i lontani anni ’80 quando i Declino insegnavano cosa fosse allora l’hardcore alla scena underground di Torino. Oggi, ben vent’anni dopo, il chitarrista di questa storica band, in collaborazione con la Vacation House (da sempre attenta a questi tipi di progetto) incide e pubblica il suo disco da solista dal titolo “Il Furore Della Vita Insolente” accantonando l’hc ed il punk per entrare in una dimensione diametralmente opposta in fatto di suoni e musica.

Ora, se io stessi recensendo questo disco per una casa editoriale, come se si trattasse di una poesia scritta e non un album musicale, probabilmente darei spazio ad elogi e critiche positive nei confronti del suo autore e del conseguente risultato, purtroppo di poesia non ne intendo e l’importanza che posso dare ai testi, anche se mi sbilanciassi il più possibile, sarebbe comunque marginale in quanto non unico elemento sotto esame.
Per capirci “Il Furore Della Vita Insolente” è di fatto una lunga poesia, divisa in undici canzoni (strofe?), a volte cantata, spesso sussurrata e lievemente accompagnata da chitarre rigorosamente acustiche e da un background stile ambient, un po’ come in quelle vecchie fiabe su audiocassetta, rilassanti e comode ma mai all’altezza di una pagina scritta.Personalmente non ho apprezzato il “Mungo” poeta-HC o forse non sono riuscito ad entrare nel suo climax e cogliere il suo messaggio, mi sento in ogni caso di suggerirgli, pur essendo sempre a favore dell’innovazione e dell’originalità, di fare un passo, o meglio una corsetta in dietro e tornare a fare quello che sa far meglio…

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DODSFERD - Suicide And The Rest Of Your Kind Will Follow


Moribund Cult - 2009
Depressive Black (leggasi "noioso")
Da 1 a 10: Abbastanza inutile, perchè mai questo cambiamento? (4)
Articolo di: Simone "M1" Landi

Avevo lasciato i Dodsferd come un gruppo blasfemo ("You Called It Resurrection, I Call It A Fairytale For Human Parasites, Your Kind!" era il geniale titolo di un loro grandioso brano), diretto e dalla grande irruenza e me li ritrovo in versione dilatata e depressive! Alla soglia del quinto album infatti la one-man band guidata da Wrath (all'anagrafe Nilos Spanakis) cambia le proprie vesti sonore, rilasciando un full composto da due brani dalla durata piuttosto corposa (oltre venti minuti il primo, oltre sedici il secondo).

L'opener "Suicide And The Rest Of Your Kind Will Follow" si muove su tempi medi trascinando con sè un alone depressivo e malinconico sottolineato dallo screaming sofferto, le variazioni sono ridotte ai minimi termini ed il brano sfuma su di un agrodolce arpeggio. "His Veins Colored The Room" invece è leggermente più "obliqua" e meno "scorrevole", dopo un avvio esitante riprende l'andatura cadenzata già vista in precedenza e va in porto con una dilagante sensazione di noia.
Tirando le somme, il cambio di stile è stato notevole e spiazzerà sicuramente i fan, qualitativamente si sente come "Suicide And The Rest Of Your Kind Will Follow" sia un album di passaggio in cui i Dodsferd si sono limitati ad eseguire una sorta di compitino sfruttando gli elementi base accostabili a certo depressive. Solo la prossima uscita potrà illuminarci riguardo questa nuova via intrapresa da Wrath.

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lunedì 26 ottobre 2009

EXALT CYCLE - Evasion Therapy



2009
Alternative Metal
Da 1 a 10: Schiacciasassi! (10)
Articolo di: Davide Pozzi

Oramai abbiamo perso le speranze, in Italia “la grande famiglia” che si occupa di musica rock-metal continuerà sempre a parlarci e a proporci le solite due massimo tre realtà che da vent’anni provano, senza alcun successo, a sfondare nel panorama musicale. A questo si aggiunge la totale mancanza di palle dei giornalisti del settore che si prostituiscono (chissà poi per cosa) a questo fenomeno. Poco male, in un’era come quella nella quale viviamo, dove internet offre spazio a chiunque abbia qualcosa da dire, è facile imbattersi in band come gli Exalt Cycle, band alternative metal, proveniente dalla giungla di Milano, appena uscita con il secondo lavoro “Evasion Therapy” successore dell’incredibile debutto “Across The Ashes And The Roots”.

La prima cosa che risalta in questo nuovo lavoro degli Exalt Cycle è la pesantezza e la violenza con la quale ci viene proposto ogni singolo brano. Parliamoci chiaro, l’intenzione della band milanese è sempre stata quella di rompere il culo, “Across The Ashes And The Roots” ne è stato un esempio lampante, ma questa volta i ragazzi sono andati oltre, sembrano essersi liberati da qualsiasi tipo d’influenza per dare sfogo a tutta la loro rabbia. Questa sensazione viene ovviamente tradotta nella musica; i riff di chitarra di Wolve si sono fatti più pesanti, in alcuni frangenti trovano spazio alcuni assoli, novità assoluta per la band quanto mai gradita; la batteria di Balo ha lo stesso effetto di una mitragliata letale sostenuta da un lavoro al basso di Keinez ineccepibile, il tutto suggellato dalle urla selvagge di Zack, anima ed autore dei testi della band. Da sempre contraddistinti da un songwriting socialmente impegnato e probabilmente scomodo per i leccaculo presenti in ogni dove, l’evoluzione della musica degli Exalt Cycle è a tratti disarmante, l’aver premuto sull’acceleratore in maniera così evidente non ha assolutamente gravato sull’aspetto melodico delle songs proposte, aspetto sempre curato dai ragazzi ma con il giusto criterio e mai messo a caso giusto per accontentare assurde esigenze di mercato e o d’etichetta. L’essere indipendenti da qualsiasi rapporto contrattuale, rende a mio modo di vedere la band milanese assolutamente libera di fare quello in cui crede, per questo autentica sotto ogni punto di vista, le qualità della musica proposta poi fanno il resto. Il mio consiglio è quello di procurarvi in qualsiasi maniera questo “Evasion Therapy” vi aprirà letteralmente in due lo stereo, il pc o qualsiasi altro mezzo voi usiate per ascoltare musica. Pazzesco!

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JADED HEART - Perfect Insanity


Frontiers - 2009
Hard Rock
Da 1 a 10: Poteva andare meglio (6)
Articolo di: Maurizio Mazzarella

Questo "Perfect Insanity" è il decimo lavoro firmato dai teutonici Jaded Heart, che fanno ritorno sul mercato discografico a due anni dal precedente "Sinister Mind". Stilisticamente la band è rimasta ancorata al suo classico metal melodico, potente ed accessibile, ma è l'eccessiva voglia di evolversi, puntando a suoni moderni ed all'avanguardia, che penalizza notevolmente il disco, essendo una componente che sembra più una forzatura che un'evoluzione naturale.

Il disco è buono nel suo complesso, ma ha spesso dei tratti scontati e dai Jaded Heart è lecito attendersi di più. Passando ad analizzare il disco più nel dettaglio, dopo il confuso intro d'apertura, la partenza è affidata a "Love Is a Killer", un pezzo compatto e dall'impatto molto forte, corredato da una sottile melodia che funge al pezzo da cornice, senza giovare degli eccessivi virtuosismi di routine, "Fly Away" a seguire, mette in luce la buona qualità delle chitarre modulate in modo egregio e si assesta su una struttura dinamica, discretamente artcicolata e ben oletata, "Blood Stained Lines" invece, è un pezzo spiazzante, anche per il proprio stile versatile e per un uso eccessivo di armonie accattivanti. Nel proseguo, "Tonight" punta su sonorità più intense ed avvolgenti, senza mai rinunciare alla giusta dose di grinta e di carisma, "Freedom Call" vede la band destreggiarsi su una pregevole rapidità d'esecuzione, "One Life Of Death" ha più il sapore di un brano pop che di un pezzo di puro heavy metal, anche per la cornice musicale che lo accompagna, mentre "Rising" nel complesso è un buon pezzo, anche se a volte l'uso delle tastiere sembra eccessivo e fuori luogo. Nella parte finale del disco, "Hell Just Arrived" conferma l'intenzione della band di puntare su sonorità più disinvolte ed all'avanguardia, anche se non sempre la mossa è azzeccata, stesso dicasi per "Psycho Kiss", song dai suoni morbidi ed accessibili, differentemente "Come To The Feast" rispolvera uno stile più tradizionale e più efficace, la conclusiva "Exterminatd" infine, è la sintesi perfetta dei vari contenuti di un disco discreto, che però poteva essere senza dubbio migliore.

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domenica 25 ottobre 2009

MALFEITOR - Incubus


Agonia Records - 2009
Black Metal (Ferale)
Da 1 a 10: Conferma (7)
Articolo di: Simone "M1" Landi

Comeback discografico per i Malfeitor che guidati da Fabban, con in line-up fra gli altri anche Hell-IO-Kabbalus fresco membro degli Aborym, tornano a massacrare i nostri padiglioni auricolari con altri dieci oscuri inni. Forti del successo di "Unio Mystica Maxima" che aveva ben impressionato pubblico e critica, i nostri decidono di variare leggermente rotta con un album maggiormente studiato e rifinito rispetto al predecessore, abbandonando quell'istintività e quell'urgenza creativa che aveva reso grandi brani come "Rex Bestia Fera" o "Jesus Christi To The Lions".
Via anche le parti epiche con relativo cantato in italiano e latino (limitate alle sole clean vocals vigorose di "The Other Half", paragonabili in parte a quelle di Fearbringer) ciò che rimane oggi dei Malfeitor è un black metal sempre ferale, arricchito dalle linee chitarristiche del nuovo arrivato (che si affianca a Munholy) e dal terremotante batterista Atum ma che fa leva su una componente oscura e cupa fin dalle note iniziali di "Down With Me" ed in cui lo screaming di Fabban si rivela sempre di ottimo livello per cattiveria e malvagità. Non mancano poi rallentamenti e momenti più cadenzati (l'incipit di "Into The Qliphot Of Golachan" uno dei brani migliori, "Mysterious Mystical, Majestic" o "Dark Saturnian Chaos") atti a spezzare i ritmi più indiavolati sino a sfociare nelle atmosfere doom di "Void Of Voids".
Insomma i Malfeitor si riconfermano fra i pezzi grossi del black metal tricolore, con un disco solido e ottimamente realizzato, anche se personalmente ho preferito il primo capitolo, sarà così anche per voi?

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sabato 24 ottobre 2009

REVOCATION - Existence Is Futile


Relapse - 2009
Techno death thrash
Da 1 a 10: Tanto di cappello (8)
Articolo di: Michele Marinel

Ottima la seconda prova dei Revocation, band che fa dell'alto tasso tecnico il suo punto di forza.
Parliamo qui di un thrash metal complicato e cervellotico che si rifà alla scuola dei primi Atheist. Ritmiche serrate e riff abrasivi ma anche abbastanza diretti che sfociano in aperture dal sapore progressive o jazz, oppure si diluiscono in assoli funambolici.

Riferimenti abbastanza evidenti appaiono anche quelli ai Cynic (per le parti jazzate già citate), ai testament del periodo attorno a "Practice What Thou Preach". Se il disco si connota per la prima parte come prettamente thrash progressivamente le composizioni si sporcano anche di death metal, elemento che dona ancor più varietà al sound della band.
Impeccabile la prova dei musicisti, capacissimi di colpire dritti al volto quanto di sfoggiare momenti di alta classe ed arrangiamenti piuttosto ricercati o di svisare in aperture melodiche ma abrasive figlie dell'heavy metal più classico (ascoltatevi l'inizio di "Anthem of The Betrayed"). Pecca più evidente dell'album è invece l'approccio vocale, per la verità un po' monocorde. A parte questo però il disco si muove sempre su standard elevati e potrà sicuramente avere un posto in evidenza nella collezione di qualunque fan del genere.

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venerdì 23 ottobre 2009

DARKNESS DYNAMITE - The Astonishing Fury Of Mankind


Metal Blade - 2009
Metalcore - Post Thrash
Da 1 a 10: Notevole (8)
Articolo di: Davide Pozzi

Non è certo una scoperta, la Francia negli ultimi anni ha partorito diverse realtà metal di tutto rispetto, i Gojira, giusto per citarne una (ed anche la migliore) sono proprio un esempio di questa tendenza. E’ così che in mezzo a mille proposte arriva fra le mie mani questo “The Astonishing Fury of Mankind” debut-album dei transalpini Darkness Dynamite, band metalcore a tratti (senza dubbio i migliori) thrash metal, che aveva incuriosito e ben impressionato, grazie ad un paio di EP davvero interessanti, usciti poco tempo fa.

Fin dalle prime battute s’intuisce che i ragazzi sanno il fatto loro, riff e sontuose parti thrash metal si mescolano a melodie malvagie, sempre efficaci e mai dolciastre da far schifo come spesso capita di questi tempi. La triade "Immersion Inner-Nation", "$15" e "Chasing Inside" sono mazzate assolutamente letali e con un appeal pazzesco, dove ogni singolo componente mette in evidenza doti tecniche notevoli. "By My Own" è diretta come un pugno in piena faccia, talmente diretta da sembrare quasi un pezzo hardcore che si conclude sulle note di un ottimo assolo; "Dare I Say" e la title-track sono altri pesanti attacchi alla nostra incolumità fisica, messa davvero a dura prova da tanta energia-violenza. Inutile dire che il livello di “The Astonishing Fury of Mankind” è molto alto e si mantiene su questi canoni per tutta la sua durata, per mezzo di brani costruiti in maniera perfetta. Il fatto che ci troviamo di fronte ad un debutto rende quest’uscita ancora più significativa. I pezzi ci sono e le qualità non mancano di certo, per questo i Darkness Dynamite ad oggi sono decisamente più di una bella speranza.

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mercoledì 21 ottobre 2009

CONVERGE - Axe To Fall


Epitaph - 2009
Post-core, Math-core
Da 1 a 10: tre metri sopra il clero (8)
Articolo di: Enrico De Domeneghi

Siamo giunti alla settima prova per il combo-icona Converge, e la linea di confine viene spinta di nuovo pesantemente oltre il trend medio del genere. 'Axe To Fall' non è forse la loro miglior prova, ma questo non conta poi molto se prendiamo in esame la band di 'Jane Doe'. I Converge hanno saputo aprire un florido varco tra due macrogeneri, il punk ed il metal, e l'hanno fatto da pionieri, tanto quanto i Suicidal Tendencies o i Biohazard ai tempi d'oro. Ne è prova questo disco, che -parallelamente al percorso stesso della band- punta prima di tutto a distanziarsi dal baraccone metalcore in senso lato, per portare avanti una linea di ricerca che da sempre acquista forme tanto innovative quanto solide e convincenti.

'Dark Horse', scelta come anteprima ascoltabile in streaming su Myspace, apre le danze con un riff veloce dal tiro quasi rock'n'roll, sul quale solo gradualmente si impone il marchio di fabbrica Converge. Ancora una volta il buon lavoro di Kurt Ballou alla produzione si fa notare e i suoni ruvidi scelti in fase di mixaggio fanno ben risaltare le sferzate che l'incipit dell'album propone. Del resto non molte band possono vantare un ingegnere del suono alla sei corde. L'aria math permane fino al pesante finale di 'Axe To Fall', song che diventa per forza di cose emblema di un disco macchiato da qui in poi da rallentamenti al limite dello sludge. Segue 'Effigy', feat. Steve Brodsky alla chitarra, che inaugura subito le collaborazioni illustri (e tutte in famiglia, nda), fondendo l'impatto punk dei Coverge con il piglio sinistro degli ultimi Cave-In. Non male davvero. Non mancano nemmeno i brani più lenti e magmatici, e se 'Damages' è un pezzo che spicca, non si può dire esattamente lo stesso per 'Worms Will Feed'. Riffage post core e sviolinate stridule a disturbare nel primo caso, sonorità alla Neurosis-ma-non-è-lo-stesso nel secondo. In 'Wishing Well' poi, ecco l'ennesimo cambio d'orizzonti sonori. Virata decisa verso il thrash-core, con il chitarrista/cantante dei Disfear a dare supporto, come in una grande opera '-core', più che rock. La componente più intransigente dei Bostoniani unita a sonorità thrasheggianti da buoni risultati anche in 'Cutter', con l'ex Himsa John Pettibone ai baking vocals.

'Axe To Fall', figlio acquisito di Epitaph, fa delle sue numerose sfacettature un punto di forza (aka suona tremendamente Hydrahead, nda). Certo, Ben Koller dietro le pelli picchia ancora decisamente forte in 'Dead Beat', e 'Slave Driver' ricorda che nel Massachusetts tira ancora l'aria di 'No Heroes', ma le due quasi-ballads finali fanno luce su una band che ha raggiunto l'ennesimo apice di maturità e che può osare. Con Steve Von Till c'è vera sintesi e scambio, ci sono i Converge che danno forma-canzone ai Neurosis, e il risultato è un pezzo che nasce folk per smembrarsi in un outro filo Scott Kelly. A chiudere, poi, l'ottima collaborazione con i Genghis Tron, quelli meno violenti e lisergici. C'è poco da fare, i Bostoniani conservano una loro continuità peculiare da anni, hanno scolpito un loro suono ed una loro identità e forti di questo possono aprirsi alla sperimentazione senza nessun paraocchi, consci dei rischi inclusi nell'operazione e magari fieri dei mezzi passi falsi serviti a scremare e a plasmare un prodotto finale sempre migliore.

Postilla dovuta per Mr. Bannon, portavoce da sempre di una certa 'poetica del niente fronzoli' nei suoi testi. Le lyrics procedono più per immagini immediate che per narrazione -vedi 'Dark Horse', cavallo nero, o lo sciame di api operaie già care ai Botch-, in un immaginario modernista, quasi elliottiano. L'artwork, curato come al solito dal frontman, è straniante e disallineato, molto lontano dal filone 'tirapugni e rosa rossa' al quale tentano di abituarci. Jacob Bannon va in fondo considerato come l'artista completo e attivo su più fronti qual è, e se è vero che l'importanza del supporto usato, sia questo un foglio, un microfono o una tavola grafica, dovrebbe essere sempre declassata alla sostanza del messaggio, è altrettanto scontato che tra i suoi lavori ci sia un gioco di richiami e di scambio produttivo.

http://www.myspace.com/converge
http://www.jacobbannon.com/

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martedì 20 ottobre 2009

BROADWAY CALLS - Good Views, Bad News

SideOneDummy - 2009
Pop-Punk (Punk-Pop a dire il vero)
Da 1 a 10: Piacevole (7)

Articolo di: cece

Anche se in Italia ancora non se ne sono visti pienamente gli effetti, nel panorama musicale internazionale c’è un grande “credo” che sta tornando alla ribalta, vado subito al sodo sto parlando del ritorno del Punk. Questo genere, da una decina d’anni accantonato ma mai dimenticato, grazie ad alcune band e qualche etichetta che continua ad investire su di loro sta rivivendo quella che si può definire la sua terza giovinezza.

Il Punk di terza generazione (The Loved Ones, Lawrence Arms, Alkaline Trio, Dead To Me, The Gaslight Anthem, Living With Lions… Solo per citarne alcuni), non ha paura di confrontarsi con le “new sensations” di oggi e, forte di certe produzioni da capogiro e ti tanta dedizione alla musica può veramente dire la sua e uscirne a testa alta. A tal proposito è obbligatorio segnalare quella che per molti è già la migliore uscita punk dell’anno ovvero “Good Views, Bad News” nuovo, carichissimo e ultra-catchy album dei Broadway Calls. Undici tracce di una durata media di tre minuti, undici colpi andati a segno. Inutile esprimere preferenze e sentenziare il disco titolo dopo titolo perché il giochetto strofa – ritornello – strofa – ritornello, ripetuto in tutte le canzoni, funziona egregiamente, divertendo con semplicità e spensieratezza. Tanti, forse tutti i possibili singoli in un album sicuramente immediato e di facile ascolto ma non per questo scontato o tantomeno mediocre. Fossero tutte così le Bad News…

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venerdì 16 ottobre 2009

BIBLE BLACK - The Black Swan Epilogue


Vic Records - 2009
Death Metal (macchiato)
Da 1 a 10: Notevole (8)

Articolo di: Martina d'Errico


Provengono dalla Svezia i Bible Black, che annoverano tra i componenti ex membri di King Diamond e Memory Garden. "The Black Swan Epilogue" rappresenta per loro l'esordio, un esordio veramente grandioso (grazie anche al fatto che, appunto, i musicisti non sono dei novellini) che fa della potenza sonora la sua forza, attraverso otto brani maestosi, diabolici, che catalizzano l'attenzione di chi ascolta senza far mai calare la tensione, la voglia di sapere cosa verrà dopo, e alla fine dei quali ci si sente soddisfatti e con le orecchie piacevolmente rinfrescate.


Certo i pezzi sono tutt'altro che carezzevoli, rifacendosi alle frange più estreme del metal, (black e death le principali referenze) ma riescono comunque a risultare tutt'altro che noiosi e dispersivi. L'album, che è uscito anche in edizione deluxe con tanto di bonus dvd, si apre con l'ottima intro "Leaving Shangri-La", seguita da "Mourning Becomes Me", canzone che già da subito mette in mostra le capacità dei Bible Black, e che ricorda un po' i Children Of Bodom nei momenti più incattiviti. Si continua poi con "I Am Legion", decisamente black, e "The Dark Engine", più influenzata dall'hard rock, dove le chitarre la fanno da padrone e sfoggiano anche dei begli assoli. Stesso discorso per "Walk Into Light", dopodichè il cd si conclude con la title track, maestosa e degna conclusione di un bel disco. Teniamoli d'occhio.

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FIVE FINGER DEATH PUNCH – War Is The Answer


Spinefarm - 2009
Modern Hard Rock (Bubblegum) Metal
Da 1 a 10: Riffuffiano ma che acchiappa (8)

Articolo di: Michele Marinel


Questo disco è come le Big Babol. Dolciastro per certi versi, abbastanza "sintetico" nel gusto, ma più ne fai uso più finisce che ci resti sotto. La band americana mette in fila una dozzina di pezzi dal sound moderno e corposo, figlio del post thrash degli anni '90, ma con melodie hard rock che ti si piantano in testa e non ti mollano.


L'album attacca in maniera frontale (e si chiude allo stesso modo), con pezzi thrasheggianti ma dal refrain accattivante. Riff stoppati, ritmiche serrate, pezzi cadenzati al limite di certo crossover, voce aggressiva. In più punti i nostri vorrebbero ispirarsi ai Pantera, ma manca loro il senso claustrofobico e la ruvidezza della band texana. I 5FDP ne sembrano la versione edulcorata, mescolata con un po' di nuovo heavy metal alla Bullet For My Valentine. A metà il disco prende una piega decisamente più lenta e più melodica, con pesanti influenze hard rock. Ad un primo ascolto la cosa sembra un calo di tensione notevole, ma ad un secondo ascolto si apprezzano molto di più i brani in questioni, comprese le ballate o le semi-ballad dal sapore southern.
A lungo andare stanca un po' l'ostinato ricorso alla forma canzone più tradizionale, mentre devo ammettere che la vena solista, aggraziata e mai sopra le righe è un grosso punto a favore del disco.
I pezzi hanno un sicuro appeal, e finirete indubbiamente per cantarne i ritornelli fino allo sfinimento, ma in definitiva il disco è troppo pompato, troppo di plastica per non lasciare alla fine, come le Big Babol, l'amaro in bocca.

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giovedì 15 ottobre 2009

DESTRUCTION - The Curse Of The Antichrist


AFM Records - 2009
Thrash Metal
Da 1 a 10: Devastante (9)
Articolo di: Davide Pozzi

Diciamocelo la sezione live è il banco di prova di ogni band metal e non solo, situazione nella quale un gruppo si rivela per quello che realmente è; sopra un palco non puoi certo raccontare balle o mascherare lacune grazie a produzioni super, in definitiva o spacchi il culo o fai cagare. Per questo quando vengono rilasciate testimonianze live su disco, l’operazione mi incuriosisce sempre, specialmente se il live in questione è quello di una delle band più devastanti della scena thrash metal mondiale, vale a dire i grandissimi Destruction.

Registrato in parte a Tokyo e in parte durante l’esibizione al mitico Wacken, “The Curse Of The Antichrist” è l’ennesima prova della grandezza della musica dei Destruction, costruita ad arte per creare scompiglio e sprigionare tutta la sua carica durante le esibizioni live, grazie a tre semplici fattori: brani killer, suoni praticamente perfetti e un’interpretazione, come sempre, fuori dal comune. Il materiale a disposizione della band tedesca è così ampio, visti i quasi 30 anni di carriera alle spalle, che “The Curse Of The Antichrist” non può che essere un doppio cd dove trovano spazio 22 accettate thrash metal pescate dal glorioso passato e dagli ultimi devastanti lavori. E’ così che fra brani mitici come: “Curse The Gods”, “Antichrist”, “Death Trap”, “Mad Butcher” e pezzi nuovi come “Devolution” o la stupenda “Urge (The Greed Of Gain)”, Schmier e soci sfoderano una prestazione ad altissimi livelli con una carica quanto mai rara alla faccia degli anni che passano; dimostrandoci di essere non solo in una forma a dir poco invidiabile ma ad oggi almeno dieci spanne avanti a band ben più blasonate, diventate oramai una fottuta parodia di se stessi. Impossibile farne a meno.

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BLAME - Goes To Hollywood

Risingwork - 2008
Nu-Metal (poco Nu e anche poco Metal)
Da 1 a 10: Da reinventare (4)
Articolo di: cece

Non credo di sbalordire nessuno affermando che la flotta del Nu-Metal, ormai da diversi anni, sta affondando inesorabilmente, vuoi perché ogni sottogenere poco per volta si usura o perché viene sostituito nei gusti dai vari generi moderni, ebbene i nostrani Blame, non sono certo tra quei pochi gruppi ancora aggrappati ad un salvagente anzi, muniti di zavorra, finiscono con l’ancorarsi sul fondo, nel cimitero delle navi.

Dopo l’esordio tutto sommato convincente con “Life Is Not Like A Porn” nel 2005, il quartetto impiega quattro lunghi anni per tornare saldando la matrice della loro “vecchia roba” senza assolutamente proporre nulla di più godibile fatta eccezione per la produzione. Questo e poco altro è “Goes To Hollywood”, tedioso e lagnoso nuovo album di questo quartetto che non manca certo di dote e predisposizione per comporre buona musica ma che purtroppo viene soppresso da una forte mancanza di attitudine.Nessuno più di una Nu-Metal band ha bisogno di ossigeno magari facendo in modo che quel “Nu” non simboleggi solo un’etichetta ma torni ad essere sinonimo di attualità; per intenderci: poniamo i Soulfly alla base e non come punto d’arrivo. Vi aspettiamo in superficie.

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CHILDREN OF BODOM – Skeleton In The Closet


Spinefarm - 2009
Melodic Death Metal (gli Stratovarius del Death)
Da 1 a 10: Pessimismo e fastidio (4)
Articolo di: Michele Marinel


Un sacco di gruppi si sono cimentati con album di cover, basti pensare a grandi nomi come Guns'n'Roses, Metallica o Slayer o, più di recente, gli Hatebreed. I risultati non sono sempre stati esaltanti (anzi quasi mai) ma sta di fatto che la cover, in sé, è un divertente esercizio di stile oltre che un tributo ad un artista o ad un gruppo (o semplicemente ad un brano) a cui ci si sente legati. I Children Of Bodom in particolare da sempre sono una vera e propria fucina di cover, che solitamente utilizzano come B-Sides fin dai tempi del secondo album "Hatebreeder".


In effetti gran parte dei brani contenuti in questo lavoro erano già stati pubblicati come bonus tracks di album o all'interno di singoli nemmeno tanto rari, cose che quindi i più accaniti fan del gruppo già possiederanno.
Il punto più debole di questo lavoro però è sostanzialmente la qualità delle cover, non della scelta dei brani, ma bensì del loro riarrangiamento. Nulla da eccepire sulle doti tecniche della band di Alexi Lahio, ma il gusto dei finnici per la rielaborazione è piuttosto discutibile.
Stranamente le cover migliori sono quelle più fuori contesto, come "Rebel Yell" di Billy Idol, "Somebody Put Something In My Drink" (carina anche se l'originale è tutto un altro discorso) per non parlare della esilarante versione di "Oooops... I did it again!" della Spears. Quelle che lasciano più a desiderare sono invece le cover di pezzi hard rock e metal, come la sciapa versione di "Aces High" e le imbarazzanti riproposizioni di "Mass Hypnosis" dei Sepultura e di "Silent Scream" degli Slayer, affossata dalla sciagurata idea di riproporre degli assoli con le tastiere.
Insomma un album per i fan, solo per i fan e nemmeno per tutti i fan. Un'operazione per far casa? Forse, ma in ogni caso si poteva fare meglio.

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mercoledì 14 ottobre 2009

DARK AGE - Acedia



AFM Records - 2009
Melodic Death Metal
Da 1 a 10: troppo melodic e pochissimo death (6)
Articolo di: Davide Pozzi

Nel corso degli ultimi anni il melodic death metal è cambiato radicalmente; portato alla ribalta da decine di band per lo più di provenienza svedese o comunque nordica, In Flames e Dark Tranquillity su tutti, ha preferito, probabilmente per motivi commerciali, abbandonarsi alla melodia a discapito dell’anima death che dava credibilità e rendeva il sound interessante e assolutamente unico.

Da questa cordata vengono fuori i tedeschi Dark Age, band melodic death appunto, in giro da quasi dieci anni e che potrebbe essere presa come esempio per quanto detto pocanzi in merito al cambiamento di stile del genere. Intendiamoci, “Acedia” (questo il nome della nuova fatica della band europea) è sicuramente un album ben confezionato e ben interpretato dai singoli componenti, il problema sta tutto nell’originalità e nella maledetta sensazione del già sentito. Ed è così che snocciolando le undici tracks che compongono questo nuovo “Acedia”, non si può non notare un certo abuso di facili melodie, quasi metalcore in alcuni frangenti. Certo di fronte ad un brano come “Snake Of June” dove tutti specialmente il singer Eike sono autori di una prova esaltante, c’è poco da dire, ma è davvero troppo poco per giustificare un ipotetico acquisto ed anzi fa aumentare la rabbia perché il sopra citato brano dimostra che le carte in regola per spaccare il culo e fare ottima musica ci sarebbero tutte. Per quello che mi riguarda questa scelta stilistica pesa sul giudizio finale e complessivo di “Acedia”, che in fin dei conti mi lascia l’amaro in bocca per quello che poteva essere e alla fine non è stato. Peccato davvero.

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SHINING - VI - Klagopsalmer


Osmose Productions - 2009
Black Metal (undepressive)
Da 1 a 10: Poco meglio di "All Shall Fall" degli Immortal (4)
Articolo di: Simone "M1" Landi

Può un disco suonato e registrato alla perfezione attestarsi ben al di sotto di una soglia minima di sufficienza? La risposta è sì, specie se si ha a che fare col depressive, filone piuttosto limitato dal punto di vista emotivo: se mancano totalmente disperazione, malinconia e malessere il bersaglio non può ritenersi mai centrato. E' significativo che questa sorte oggi tocchi uno dei gruppi cardine del genere, quegli Shining che insieme agli italici Forgotten Tomb sono (stati) i paladini di un certo modo di intendere il black metal.

"Klagopsalmer" è il sesto capitolo della formazione capitanata da Kvarforth e si rivela essere un vero e proprio buco nell'acqua dove l'angoscia e la depressione hanno lasciato spazio ad un freddo e inconcludente sfoggio di tecnica e bravura strumentale esaltati da una produzione chiara e cristallina. Ogni tentativo di creare feeling ed atmosfera si riduce al rilascio di una leggerissima patina di inquietudine spazzata poi via da un insensato assolo o dal suono di uno sputo (retaggio di Nattefrostiana memoria?). L'unico brano che tenta di svettare dalla mediocrità collettiva è l'opener "Vilseledda Barnasjälars Hemvist" per merito della prova vocale di Kvarforth, piuttosto varia nel corso del disco durante il quale si cimenterà anche in riuscite clean vocals. All'opposto "Krossade Drömmar Och Brutna Löften" una strumentale acustica dalla dubbia utilità e la conclusiva "Total Utfrysning" che definirei addirittura una "suite" data l'impostazione da guitar-hero con cui è stato composto questo album, sono due composizioni pessime.
Bocciatura completa su tutta la linea quindi per "VI - Klagopsalmer" che va ad affiancarsi al fiasco cosmico di Abbath e soci intitolato "All Shall Fall", se questo è ciò che ci propinano i "big" nel 2009 meglio rispolverare i vecchi dischi impolverati o setacciare l'underground alla ricerca di qualche perla nascosta.

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martedì 13 ottobre 2009

SOIL - Picture Perfect



AFM Records - 2009
Rock-Metal
Da 1 a 10: Ottimo (8)
Articolo di: Davide Pozzi

Ne abbiamo ascoltate parecchie di band in questi ultimi anni popolare la scena “rock-metal ” e spesso con grandi risultati, come nel caso dei grandissimi Alter Bridge o degli ottimi Shinedown tanto per citarne due delle migliori. A questa scena musicale appartengono gli americani Soil, band rodata da oramai dieci anni e giunta al quinto album in carriera.

“Picture Perfect” questo il nome della nuova fatica, esce a distanza di tre anni dal precedente “True Self” e mantiene nella sua totalità le aspettative dei numerosi appassionati, offrendo il più classico dei rock-metal, costruito alla perfezione mescolando nella giusta maniera massicce dosi di melodia con botte d’energia allo stato puro; il tutto condito dalla ruvida ed eccezionale voce del singer AJ Cavalier, magnifico interprete agevolato, obbligatorio ricordarlo, da uno splendido lavoro dei suoi compagni d’avventura, su tutti il chitarrista Adam Zadel che fra arpeggi, riff e assoli vari esibisce senza mai eccedere tutta la sua classe. Con queste premesse è facile farsi travolgere da questo “Picture Perfect”, dentro al quale possiamo trovare momenti delicati come le bellissime “Too Far Away” o “Sourranded”, perfettamente collegate a situazioni più dirette ed aggressive come nel caso dei brani “Tear” o “Like It Is”. Tirando le somme è proprio questa la grandezza della musica dei Soil, la loro incredibile capacità di fondere situazioni musicali apparentemente lontane creando così un’atmosfera unica e francamente irresistibile che regala con disarmante facilità emozioni ascolto dopo ascolto. Ancora una volta un grande disco.

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lunedì 12 ottobre 2009

THE BUTTERFLY EFFECT - Final Conversation Of Kings


Inside Out - 2009
Rock Melodico
Da 1 a 10: (8)
Articolo di: Maurizio Mazzarella

Ci sono band che raggiungono il successo planetario sono perché è stato il music business a deciderlo, altre che invece nonostante la loro eccellente qualità ed il loro notevole talento e spessore artistico, attendono il momento propizio per spiccare il volo. Tra queste band citate per ultimo ci sono senza alcun dubbio i The Butterfly Effect, una band di rock melodico, capace di unire la complessità alla semplicità, rendendola seducente, impnotizzante, accattivante.

"Final Conversation Of Kings" è un disco bellissimo, ben prodotto e suonato in modo divino, capace di entrare nella pelle dell'ascoltatore senza mai abbandonarlo. Come attitudine, i The Butterfly Effect ricordano i Muse, anche se le differenze stilistiche sono comunque evidenti. In mezzo a tutto questo c'è della grande musica ed un talento compositivo fuori dal comune, capace di entusiasmare e coinvolgere. La musica di questa band, è un virus contagioso destinato a diffondersi in tutto il mondo e solo il tempo ptrà confermare che i The Butterfly Effect meritano di raggiungere ampi consensi. Dalla forte componente emozionale presente in ""World Of Fire", si arriva alla forte intensità di "Room Whithout A View", attraversando l'atmosfera ispirata di "Final Conversation", sino a giungere a "The Way", un brano privo di alcun punto di rifermimento. Dai toni ruvidi e robusti "Window And The Wathcher", si passa allo stile più tradizionale di "..And The Promise Of Truth" ed alla incredibile qualitò di "In These Hands", ultriormente impreziosita da una pregevole modulazion delle chitarre. La poesia si tramuta in musica nella leggiadra "7 Days", mentre "Rain" si districa tra momenti virtuosi e trame più energiche. La parole fine al disco la emtte "Sun Of 1", che mette in mostra ancora una volta le pecliarità di una band di talento e di un disco assolutamente egregio.

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domenica 11 ottobre 2009

BADBLOOD - Worn Out

Vacation House - 2008
Grunge (esatto quella roba alla Nirvana)
Da 1 a 10: Spelacchiati (4)
Articolo di: cece

Rozzi, grezzi, ruvidi e old-school, in questo modo si presentano fin dall’immediato i Bad Blood e sicuramente è così che loro vogliono essere, mettendo da parte le mode del momento ed il sound raffinato che ben rappresenta il nuovo millennio, spingendo invece fortemente sull’immediatezza e su quell’impatto grunge/punk che porta alla mente il periodo in cui Nirvana e Mudhoney erano l’essenza della musica alternativa.

Lasciando per un attimo da parte i vecchi ricordi però, mi vedo costretto a bocciare questa band o perlomeno il loro album “Worn Out” che, pur essendo un disco suonato col cuore, risulta essere eccessivamente banale e povero di emozioni.
Non me ne voglia questo trio fiorentino ma, pur tentando di essere il più obiettivo possibile, non riesco a trovare punti di forza in un genere che ha decisamente fatto il suo tempo, questo non significa che suonare del garage-rock o affini sia per forza sinonimo di disarmonia ma nemmeno si può pretendere di sentire un certo tipo di coinvolgimento per un prodotto di tale superficialità oggigiorno.
Tanta lode dunque alla loro voglia di divertirsi e continuare a spaccare delle casse ma la distanza da questo al creare un vero album è davvero troppa.

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VALKYRJA - The Invocation Of Demise


Metal Blade Records - 2009
Black Metal (di quello svedese)
Da 1 a 10: Piacevole ma senza scosse (7)
Articolo di: Simone "M1" Landi

Non tutte le ristampe vengono per nuocere verrebbe da dire dopo aver ascoltato "The Invocation Of Demise", opera prima dei Valkyrja uscita originariamente nel 2007 ed oggi ristampata dalla Metal Blade, operazione che certamente offre una vetrina importante ad un album passato quasi inosservato, ingiustamente.

Evitando i facili entusiasmi non si ha per le mani un lavoro rivoluzionario o qualitativamente eccezionale, bensì un prodotto onesto di black metal di stampo svedese a cavallo fra furia primigenia e malsana melodia, avendo bene in mente i riferimenti cui ispirarsi: Watain, Dark Funeral, Setherial e Naglfar.
Dopo l'intro "Origin Reversed!" deflagrano l'accoppiata "As Everything Rupture" / "Plague Death" dirette e spietate pur mantenendo l'impronta melodica tipica della nazione scandinava ed una certa dinamicità data da cambi di tempo, accelerazioni, rallentamenti e stacchi; "The Vigil" invece è più cadenzata e calca la mano su di un flavour malinconico e più posato. A centro tracklist troviamo poi le brevissime "Twilight Revelation" e "On Stillborn Wings" che sembrano intermezzi mentre possiedono la forma-canzone ed introducono il terzetto finale di composizioni.
Abbiamo a che fare quindi con una buona riproposizione di tutti gli stilemi tipici di una nazione e di un certo modo di fare black metal, niente per cui fare enormi salti di gioia ma un disco di cui godere se si è amanti del genere. In caso contrario consiglio sempre la vecchia guardia per i novizi.

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ARCH ENEMY – The Root Of All Evil


Century Media - 2009
Death melodico
Da 1 a 10: Operazione Amarcord (6)
Articolo di: Michele Marinel

Un'operazione tra il ruffiano e il lodevole quella effettuata da Michael Ammot e soci in questa sede con il recupero di alcuni classici della band del periodo in cui alla voce c'era Johan Liiva.

'The Root Of All Evil' prende 13 pezzi equamente distribuiti tra gli album 'Black Earth', 'Stigmata' e 'Burning Bridges'. Sicuramente la pubblicazione di questo lavoro farà sì che, finalmente, gli Arch Enemy tornino a suonare dal vivo brani storici come, 'Diva Satanica' o 'Bury Me An Angel'. Per il resto la reinterpretazione della Gossow non brilla tantissimo, Angela è un'ottima frontwoman ma Liiva era un singer decisamente migliore, con una voce più profonda e corposa. C'è anche da dire che ascoltando questi pezzi si rimpiangono i tempi in cui Michael e Christopher Ammot scrivevano ottimi brani come la sulfurea 'The Immortal', con il suo incedere alla Dark Angel, la progressiva 'Bridge Of Destiny' o la brutale 'Beast Of Man', pezzi dal grande mordente, caratteristica che latita nelle composizioni degli Arch Enemy di oggi.

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LYNCH MOB - Smoke And Mirrors


Frontiers - 2009

Hard Rock
Da 1 a 10: (6)
Articolo di: Maurizio Mazzarella

Questo "Smoke And Mirrors" è il quinto disco targato Lynch Mob, che vede la band del mitico George Lynch far ritorno sulle scene a sei anni di distanza dal precedente "Revolution". Diciamolo subito, il disco delude le aspettattive. Nel complesso non è malvagio, anzi, si lascia anche ascoltare con piacere essenso ben strutturato e confezionato, ma manca del giusto mordente e vede la band assolvere al classico compitino per accontentare i propri fan, senza provare ad osare ed a dare una spinta in più alal propria musica.


Passando ad analizzare il disco più nel dettaglio, la partenza è affidata a "21st Century Man", un pezzo frizzante, dinamico, dalla presa facile e nel complesso particolarmente orecchiabile, con pregevoli strimpellate chitarristiche, "Smoke And Mirrors" a seguire, è un brano dallo stile country intenso ed ispirato, adagiato su ritmi essenzialmente armonici, "Lucky Man" decolla lentamente rimarcando la passionalità presente nella musica dei Lynch Mob, differentemente "My Kind Of Healer" spazia su sonorità più incisive e pungenti, "Time Keepers" invece punta molto sull'efficacia della sezione ritmica, dando spazio anche sonorità più all'avanguardia. Nel proseguo, "Revolution Hero" recupera uno stile datato e tradizionale sempre di grande effetto, stesso dicasi per "Let The Music Be Your Master" dove sono le chitarre a ritagliarsi un ruolo da protagoniste, cosa riscontrabile anche su "The Phacist", song dai ritmi più elevati, mentre "Where Do You Sleep At Night?" è un altro episodio dalla forte emozionalità. Nell parte finale del disco, "Madly Backwards" dona spazio a sonorità più variopite, "We Will Remain" conferma la pregevole cura degli arrangiamenti e la conclusiva "Before I Close My Eyes" racchiude l'essenza della band, che conferma l'incredibile spessore di un disco nel complesso buono e che si chiude con il brano bonus "Mansions In The Sky" che sintetizza i contentuti e le qualità di questo "Smoke And Mirrors", un album destinato ai fan più incalliti della band.

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sabato 10 ottobre 2009

BEHEMOTH - Evangelion


Nuclear Blast - 2009
Death Metal (con spolverate black)
Da 1 a 10: Bella mazzata (8)
Articolo di: Michele Marinel

“Evangelion” rappresenta l'ennesimo rimaneggiamento della formula black-death adottata da Nergal e soci dopo aver abbandonato il black tout court e in particolare negli ultimi lavori.


Death metal di grande impatto, con un occhio ai “padri” Morbid Angel, l'altro alle influenze mediorientali dei Nile, ma rispetto agli ultimi due lavori la band riscopre il gusto dell'arrangiamento (perduto nel mediocre 'Demigod' e solo parzialmente recuperato nel precedente 'The Apostasy'), riuscendo a cesellare attorno ad un riffing non sempre originalissimo, atmosfere di volta in volta ferali o estremamente oscure, grazie anche al recupero di certi elementi black e velate melodie alla Dissection, nonché di parti dal sapore epico. Niente di sostanzialmente nuovo, ma un disco comunque di ottima fattura, baciato dalla bravura incontestabile del drummer Inferno la cui classe fa davvero la differenza nell'economia della musica dei Behemoth. “Evangelion” è, sostanzialmente, una riconferma della qualità della band polacca.

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GNOSTIC - Engineering The Rule


Season Of Mist - 2009
Death Metal

Da 1 a 10: (7)
Articolo di: Maurizio Mazzarella


Attivi da circa quattro anni e provenienti dagli Stati Uniti d’America, più precisamente dallo stato dell’Atlanta, gli Gnostic dopo la pubblicazione di due demo, giungono con “Engineering The Rule” al proprio debutto sul mercato discografico per l’etichetta Season Of Mist. La formazione degli Gnostic è composta da Kevin Freeman dietro al microfono, Sonny Carson (Atheist) e Chris Baker (Atheist) alle chitarre, Stephen Morley al basso e Steve Flynn (Atheist) alla batteria.


Musicalmente il progetto Gnostic, è fautore di un technical death/thrash metal, con fortissimi richiami ai Pantera dei tempi d’oro per quanto riguarda la parte degli arrangiamenti più tradizionali. Parlando del disco, nel suo genere e nel proprio complesso, “Engineering The Rule” risulta un album pregevole in fatto di produzione, anche se i singoli brani mancano in alcuni frangenti di scorrevolezza e fluidità, considerazione questa ultima che non toglie nulla alle notevoli doti tecniche dei componenti della band. Si parte con “Visceral”, song che decolla lentamente, sino ad esplodere in un vortice di rabbia e brutalità, valorizzato da egregie doti tecniche ed un dinamismo pungente quanto incisivo, “Isolate Gravity” a seguire, segue la scia del brano precedente, differenziandosi per la propria immediatezza e per un lavoro delle chitarre assolutamente eccellente, “Sleeping Ground” invece, spiazza per l’incredibile rapidità d’esecuzione e per una sezione ritmica massacrante. Proseguendo, se “Composition” denota sound ultra moderno ed all’avanguardia, la successiva “Wall Of Lies” recupera uno stile più datato e tradizionale che non offusca la natura tecnico futuristica della band, ben presente anche in “Violent Calm”, brano dai ritmi iniziali cadenzati che col passare dei secondi si assesta su toni ruvidi, solidi e particolarmente robusti, caratteristiche palpabili anche in “Life Suffering”, pezzo massiccio e versatile. Nella parte finale dell’album, “Corrosive” si adagia su atmosfere esasperate e dall’impatto molto forte senza giovare di eccessivi virtuosismi, “Mindlock” si districa tra arrangiamenti impeccabili curati anche nel più piccolo dei particolari, la conclusiva “Splinters Of Change” infine, racchiude l’essenza degli Gnostic, riassumendo nel proprio complesso i contenuti di un disco che farà assolutamente felici i fan del genere

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ENDSTILLE - Verfuhrer


Regain-2009
Black Metal (e guerra sia!)
Da 1 a 10: Però... (6)
Articolo di: Maurizio Mazzarella


Rabbia, cattiveria e brutalità, con queste tre parole può essere sintetizzato questo lavoro degli Endstille "Verfuhrer", edito per l'etichetta Regain Records. Fondamentalmente, siamo di fronte ad un classico album di black metal, corredato da qualche lieve tinta di death metal, dove l'unico obiettivo è suonare nel modo più estremo possibile, con tanta forza ed energia.


Musicalmente la musica degli Endstille non fa una piega, perché taglia il traguardo senza grossi intoppi ed è questo l'obiettivo prncipale della band che da questo punto di vista si guadagna una promozione a pieni voti, pur non scoprendo nulla di nuovo. Tecmicamente "Verfuhrer" è ben suonato, l'unica nota discutibile può essere rappresentata da una produzione, comunque buona, che con una maggiore oculatezza in alcuni frangetti, avrebbe dato la possibilità agli Endstille di raggiungere ulteriori consensi. Passando ad analizzare il disco più nel dettaglio, la partenza è affidata a "Alteration Of Roots", un pezzo compatto e dall'impatto molto forte, incastonato in un muro sonoro privo di possibilità d'entrata, "... Of Disorder" a seguire, vede gli Endstille rinunciare ad ogni forma di virtuosismo, puntando su una sezione ritmica massacrante, "Hate Me... God?" invece, giova di alcuni spunti tecnici di vibrante interesse, assestandosi su ritmi pungenti ed incisivi. "Depressive/Abstract/Banished/Despided", decolla in modo armonico, assestandosi su una pregevoli struttura e rimarcando il discreto contributo delle chitarre, "Monotonus" è un'autentica dichiarazione di guerra dove la band estremizza al massimo il proprio stile, mentre "Symptoms" mostra un pizzico in più di versatilità rispetto agli episodi precedenti, spaziando in modo disinvolto su differenti cambi di tempo. Con "Suffer In Silence", viene fuori la dimensione più triste e malinconica degli Endstille, che in "Dead" stupiscono grazie alla propria incredibile rapidità d'eseuzione, la conclusiva "Endistille (Verfuhrer)" infine, è forse il brano di maggiore qualità dell'album dove vengono sintetizzati i momenti migliori di un disco destinato agli amanti del settore.

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venerdì 9 ottobre 2009

MORRIGU - The Niobium Sky

Dark Balance - 2009
Metal (gothic? heavy? nu? post? boooh)
Da 1 a 10: Bah... uhmm... boh... (6)
Articolo di: Michele Marinel


Nati come band di doom death metal gli svizzeri Morrigu, che vedono alla batteria la presenza di Merlin Sutter degli Eluveite, hanno dato una notevole sterzata al proprio sound nel giro di soli due album.

'The Niobium Sky' ci presenta una band dedita ad una forma di metal evoluto, complesso, melodico ma a tratti aggressivo, per certi versi progressivo e per altri molto immediato. Uno stile in cui le radici doom si rintracciano solo nel substrato malinconico dei brani si sono fatti più energici e trascinanti, con rimandi anche al death melodico e fraseggi dal sapore maideniano. Un lavoro godibile anche se manca per la verità di quella vena creativa propria di altre band che hanno avuto un percorso analogo, penso ad esempio ai Katatonia o agli Anathema. Gli svizzeri preferiscono un approccio più diretto, a volte con qualche strizzata alla moderna scena thrash, il che rende i pezzi di certo più fruibili, ma gioca a sfavore dell'atmosfera. Un discreto lavoro ma forse un pizzico di personalità in più non guasterebbe.

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Athalay - And The Night Comes Again


Cimitero Records - 2009

Black - Cyber Metal (ebbene sì)
Da 1 a 10: Sulla fiducia (6)
Articolo di: Martina d'Errico

Strano connubio quello degli Athalay, che si divertono a mescolare cavalcate black metal e freddi suoni elettronici, ottenendo un risultato che, a seconda dei gusti, può risultare orribile o fantastico.

L'ep di cui stiamo parlando, "And The Night Comes Again", contiene sei pezzi di questo mix, dove le ritmiche serrate la fanno da padrone ipnotizzando (o addormentando, sempre a seconda delle preferenze) l'ascoltatore, trascinandolo in uno strano mondo zeppo di synth e tastiere ma anche strumenti analogici come batteria e chitarre. Il cantato, in growl, è praticamente inintelliggibile, e questo fa forse perdere un po' di serietà alla band, innescando il frequente fenomeno per cui la voce sembra uno strano abbaiare in cui non si distingue niente. Questa è sicuramente la pecca principale e quello che il gruppo ungherese dovrà dedicarsi a migliorare, mentre per il resto l'ep ha il suo fascino, specialmente per chi ama sonorità particolari e sposalizi musicali quasi impensabili. "Shadows Dance", ad esempio, comincia con un incipit tipicamente black metal, che presto viene sommerso da note sintetiche pur mantenendo una sua maestosità diabolica. Notevole anche "Unknown Pleasure", anche se in conclusione è difficile stabilire se questo sia un buon disco o una pacchianata incredibile. Probabilmente lo capiremo solo col passare del tempo.

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CHAOS CORE - Born In Silence

Code7 - 2009
Death Melodico (come si faceva una volta)
Da 1 a 10: non malaccio (6.5)
Articolo di: Michele Marinel


Un discreto debutto per i Chaos Core, band attiva fin dal 2002. Nonostante il nome possa far pensare a giovani frangiati con la voglia di urlare, in realtà il combo pavese propone un melodic death metal ispirato in maniera più che manifesta ai primi lavori dei Dark Tranquillity, soprattutto nei fraseggi di chitarra. Un album che difetta di originalità, ma che compensa con brani di ottima fattura che riportano alla mente i fasti della scena svedese che fu. Buona prova pur con margini di miglioramento.

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GABRIELE BELLINI - Evolution


2009
Guitar Hero (ma con garbo)
Da 1 a 10: Discreto (7.5)
Articolo di: Salvatore Mazzarella


Gabriele Bellini non è il tipico chitarrista maniaco da mille note al secondo (oddio, ne è anche capace) ma è prima di tutto un maestro dello strumento (maestro nel suonarlo e maestro nel vero senso della parola perché lo insegna) e ne anche un ricercatore/sperimentatore vero e proprio, perché la chitarra elettrica in compagnia dell’elettronica più spinta può produrre una gamma infinita di suoni (in aggiunta alle dodici note di ogni ottava e la varietà di ritmo che offrono opportunità che tutto il genio umano non esaurirà mai, così nel suo sito web Gabriele Bellini cita I. Stravinsky) !!!


Evolution è il suo terzo album solista ed è un concept incentrato sull’evoluzione dell’universo interiore ed esteriore, sull’esigenza di sognare e di conoscere allo stesso tempo, sul futuro che diventa nuovamente il presente nella sua sostanza ma in una nuova dimensione.
E visto il tema impegnativo e le velleità da geniale studioso del nostro, potete immaginare che lavoro particolarmente complesso ne possa uscire fuori…
Sicuramente è necessario predisporsi all’ascolto senza alcun preconcetto o aspettativa perché sicuramente ognuna di esse sarà sovvertita; il platter riunisce in se svariati generi musicali alternandoli casualmente tra brani ora guitar oriented, ora heavy ma anche in alcuni casi new age o cinematografici logicamente sfruttando ogni diavoleria elettronica collegata alla chitarra.
Va sottolineato il validissimo supporto alla batteria di Adriano Tognarini ed al basso di Jonathan Cencini che seguono il maestro nelle sue scorribande strumentali assecondandone la “pazzia”.
Disco per un pubblico ristretto ma con la testa “oltre” !!!

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giovedì 8 ottobre 2009

BEARDFISH - Destined Solitaire


Inside Out-2009
Progressive

Da 1 a 10: Più che notevole (9)
Articolo di: Maurizio Mazzarella


Provenienti dalla Svezia ed attivi dal 2001, i Beardfish giungono con questo nuovo "Destined Solitaire", alla pubblicazione del proprio quinto album in studio, facendo ritorno sul mercato discografico a solo un anno di distanza dall'eccellente "Sleeping in Traffic: Part Two".



Musicalmente, questa magnifica band scandinava suona un rock progressivo con un sound completamente devoto agli anni settanta, con una forte strizzata d'occhio a band come Genesis, Gentle Giants, Jethro Tull, Emerson Lake & Palmer e via discorrendo, anche se è palpabile una forte influenza proveniente esclusivamente dalla scuola italiana, con in cima PFM, Balletto di Bronzo, Rovescio della Medaglia e Banco del Mutuo Soccorso. Aldilà di questo, i Beardfish dimostrano ad ogni modo di avere una fortissima personalità e soprattutto un notevole talento rinfigorito da un incredibile spessore artistico, oltre ad eccellenti doti tecniche e compositive fuori dal comune. Detto questo, "Destined Solitaire" è un album stupefcente, prodotto in modo assolutamente impeccabile e capace di estasiare in ogni nota ed in ogni piccolo frammento. Si parte con "Awaken the Sleeping", song impeccabile da ogni dimensione e punto di vista, infarcito di elementi folk ed impreziosito da fraseggi raffinati ed intermezzi psichedelici, "Destined Solitaire" a seguire, parte in modo cupo per poi sterzare immediatamente verso uno stile dinamico con cambi di tempo eleganti ed improvvisazioni spiazzanti, "Until You Comply (Including Entropy)" invece, è l'episodio più intenso del disco ed anche il più ispirato, con sonorità improntate su atmosfere di pura poesia che si fondono con spunti di follia artistica autentica. "In Real Life There Is No Algebra" consente di effettuare un pregevole balzo nel passato, giovando di una struttura ed un'articolazione che rasenta la perfezione, differentemente "Where the Rain Comes In" è un componimento più attuale, dove sono le tastiere a ricoprire un ruolo fondamentale, mentre in "At Home... Watching Movies" sono le chitarre acustiche le assolute protagoniste del brano. Nella parte finale del disco, "Coup de Grâce" spazia verso uno stile più versatile e variegato, dove viene messa parzialmente da parte la matrice "rock" a favore di quella "progressive", "Abigail's Questions (In an Infinite Universe)" conferma la cura dettagliata e minuziosa degli arrangiamenti e la conclusiva "The Stuff That Dreams Are Made Of" infine, racchiude l'essenza della band riassumendo nel suo complesso i contenuti di un disco che chi ama questo settore musicale non deve assolutamente lasciarsi sfuggire.

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mercoledì 7 ottobre 2009

THE DEVILROCK FOUR - First In Line


2009
Rock'n'Roll (a go go)
Da 1 a 10: Evvaiiii (8)
Articolo di: Maurizio Mazzarella

Amate della musica, frizzante, dinamica, rocciosa, ma sempre seducente? Allora questo "First In Line" partorito dalle menti dei The Devilrock Four è quello che fa per voi. Originari della Tasmania, dopo essersi trasferiti in quel di Melbourne nel 2003, i The Devilrock Four dopo la pubblicazione di due EP hanno richiamato l'attenzione dei media nel 2007 ed dopo una motitudine di concerti a supporto di band quotate, ecco arrivare al debutto con "First In Line" per Unconform Records, coadiuvati da Matt Voigt, ossia colui che ha realizzato il DVD dei Kiss con l'orchestra di Melbourne.



La ricetta musicale dei The Devilrock Four è riconducibile ad un classico rock'n roll, fondendo lo stile di Hellacopters, Airbourne, AD/DC, The Cult e MC5. Detto questo, "First In Line" è un gran bel disco, ben prodotto e ben suonato, dova la band si diverte e fa divertire, con musica fluida, scorrevole e soprattutto coinvolgente. Si parte con "Dirty Little Secret", song dalla partenza armonica e dalle sterzate graffianti, con diverse tracce country accattivanti, "This Is Forever" a seguire, riscopre sonorità datata e tradizionali particolarmente incisive, "Dancefloor" giova di eleganti arpeggi di una chitarra strabiliante, "Dress You Down" invece, ricorda palpabilmente i "Clash", grazie asi propri momenti intensi e ruvidi allo stesso tempo. "Con "As Real As The Day Is Long", la band pone in luce il proprio spessore artistico e le marcate abilità compositive, ben presenti anche in "No Friend On Mind", song alla presa facile e "New day Coming", ossia il pezzo più estremo del disco, mentre "Should Have Known" incanta con le sue trame poetiche. Nella parte finale del disco, "Don't Throw It Away" si assesta su sonorità versatili, "One Good Reason" conferma la maniacale cura degli arrangiamenti e la conclusiva "Love Is Blind" infine, mostra il lato romantico di una band capace di stupire in ogni nota.

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martedì 6 ottobre 2009

ACE FREHLEY - Anomaly


Bronx Born Record - 2009
Hard Rock
Da 1 a 10: Superlativo (10)
Articolo di: Davide Pozzi


Mentre i suoi ex compagni d’avventura Gene Simmons e Paul Stanley si apprestano a far uscire l’ennesima fatica targata Kiss (e leggendo il suddetto nome siete pregati di alzarvi immediatamente in piedi), Ace Frehley storico chitarrista della sopra citata band lancia sul mercato la sua ennesima opera solista che porta il nome di “Anomaly”.


Conoscendo l’artista e il suo glorioso passato era piuttosto logico aspettarsi un lavoro 100% hard rock pieno zeppo di melodie e ritornelli irresistibili; e difatti le aspettative vengono puntualmente rispettate il tutto rivisitato in chiave moderna come ampiamente dimostrato dall’ottimo brano “Outro Space”. Fra pezzi più diretti ed energici come “Fox & Free” o “Fox On The Run” e deliziose ballate tipo “A Little Below The Angels” trovano spazio anche tracce strumentali, dove la tecnica superlativa di Ace Frehley viene fuori in tutta la sua grandezza, per un totale di dodici pezzi da urlo dove il genio di Frehley si esalta e porta all’esaltazione anche chi ha la fortuna d’imbattersi in questo “Anomaly”.


Non servono altre parole per descrivere l’ennesima prodezza musicale di uno dei migliori chitarristi rock di tutti i tempi; non a caso artisti del calibro di Slash, Dime Darrell, Chuck Schuldiner, Marty Friedman, Alex Skolnick, Scott Ian ecc… lo hanno sempre citato come una delle loro massime fonti d’ispirazione. Il vecchio Ace sforna un piccolo gioiellino assolutamente imperdibile che ci ricorda in maniera netta che gran merito del successo dei Kiss è passato dalla sua sei corde. Asso con le donne (per questo il soprannome Ace) e pure con la chitarra!







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domenica 4 ottobre 2009

MELY - PORTRAIT OF A PORCELAIN DOLL


Silverwolf-2009
Rock - Metal  
Da 1 a 10: Piacevole  (6)
Articolo di: Martina d'Errico

I Mely arrivano dall'Austria, nascono nel 1999 ed hanno all'attivo quattro album, l'ultimo pubblicato quest'anno ed intitolato appunto "Portrait Of A Porcelain Doll".

Il genere che propongono è un rock-metal piuttosto classico, che si snoda in nove brani dalla durata considerevole (siamo in media sui quattro minuti e mezzo), con suoni corposi, voce forte e chitarre in primo piano. L'album parte in realtà un po' sottotono, sensazione acuita dal brano acustico "Don't Wake The Sleeping Dog" posizionato troppo presto in scaletta. Tuttavia il disco si riprende con pezzi come "Hell Low" e la seguente "It Is Cold Without Shoes".La band dovrebbe però mettere più incisività negli episodi lenti (oltre al già citato "Dont' Wake The Sleeping Dog", si veda "Maybe Yesterday" e "My Addiction") che risultano troppo dispersivi e faticano a far mantenere l'attenzione e la tensione propri di un disco. Languono un po' anche per quanto riguarda le melodie, che troppo spesso si assomigliano da un brano all'altro, ma questo album è tutto fuorchè sgradevole e resta una piacevole compagnia per gli appassionati delle frange rock e metal più "classiche".

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STEVE VAI - Where The Wild Things Are


2009
Guitar Hero
Da 1 a 10: Notevole (8,5)
Articolo di: Salvatore Mazzarella

Evidentemente la pazzia e la genialità sono malattie contagiose che SteveVai ha contratto agli inizi della sua carriera quando era uno dei musicisti di Frank Zappa (altro pazzo scatenato assolutamente geniale). Bè, perché in effetti decidere di effettuare un vero e proprio tour con una normale rock band e con la ‘semplice’ variante di aggiungerci due violini solisti non è che può venire in mente ad un qualsiasi chitarrista.


Nasce quindi lo String Theories Tour di cui questo doppio dvd ne è la testimonianza, filmata il 19 Settembre 2007 in quel di Minneapolis.
Quello che offre Steve è uno spettacolo totale, non è il tipico chitarrista che sale sul palco e suona (oddio, fa anche quello )…Intrattiene il pubblico, ora seriamente ora facendo lo spiritoso e scatenando l’ilarità della platea, canta(e canta davvero bene), balla in modo particolare mentre suona, quasi ad accompagnare in maniera sinuosa col suo corpo e con l’accentuata mimica facciale i suoni prodotti dalla sua chitarra, costituendo praticamente un entità unica col suo strumento.
E poi ci sono Ann Marie Calhoun (splendida ragazza, un piacere per le orecchie e per gli occhi) ed Alex De Pue, i due violinisti che col loro strumento seguono le scorribande del maestro, ora doppiando la sua chitarra, ora rispondendendogli con dei fraseggi ad effetto, ora ritagliandosi veri e propri momenti solisti.
La band che li accompagna è formata da musicisti di elevata caratura, in particolar modo colpisce la bravura del drummer Jeremy Colson, personaggio variopinto(…osservate i suoi tatuaggi!), e spettacolare (da gustare il suo assolo che comincia con una sorta di mini batteria portatile decorata con tante luci e con un teschio che sputa fumo, con cui passeggia tutto il palco).
La scaletta ripercorre un pò tutta la carriera solista di Steve che sfoggia una chitarra dietro l’altra (praticamente mezzo catalogo Ibanez), ognuna delle quali regolarmente martoriata dalle sue pirotecniche manine.
Le riprese in alta definizione sono ben fatte, indugiando in modo imparziale su tutti i musicisti e visualizzando in primo piano ogni passaggio degno di nota.
Interessante anche l’utilizzo mai invadente di alcune manipolazioni delle immagini che accompagnano particolari passaggi sonori in modo davvero piacevole.
Accompagnano il concerto, tanto lungo da doverne riversare parte sul secondo dvd, interviste a tutti i componenti della band e la dimostrazione del Jemini Distortion Ibanez costruito su specifiche del nostro.
Insomma, davvero un gran bel dvd !!!

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sabato 3 ottobre 2009

AUGUST BURNS RED - Constellations

Solide State/Tooth & Nail - 2009
Christian Metal-Core (così sia...)

Come i fan del genere ben sapranno la Solide State è una divisione della Tooth And Nail Records, etichetta da sempre dedita alla scena christian rock alternativa. Questa sotto-etichetta si occupa della parte più “heavy” o se vogliamo semplificare più “metallara” del roster della label di Seattle. Padroni indiscussi di questo movimento metal-core cristiano sono gli Underoath anch’essi educati nella scuola Solide State che continua a sfornare dischi molto validi e degni di nota dettando le leggi di questo non poi così piccolo mercato. Un valido esempio si chiama “Constellations” ed è il terzo lavoro in sei anni per gli August Burns Red.

Per chi ha apprezzato il primo, ma soprattutto il loro secondo capitolo sarà d’obbligo procurarsi anche questo seguito decisamente duro, veloce e potentissimo. Impressionante il muro di suono sprigionato dai due chitarristi (credo si tratti di due androidi) coordinati con una batteria letteralmente impazzita in un susseguirsi di brakedown e parti brutal che sembrano difficili anche solo da ipotizzare.
Certo nel loro mondo potremmo anche definirli dei fenomeni ma vediamo di ampliare un po’ gli orizzonti: il tema fortemente religioso affrontato nei testi di tutte le canzoni può benissimo essere d’aiuto nel collocare la band in certo tipo di scena, aiutandola così a crearsi un pubblico di nicchia al giorno d’oggi sempre più numeroso in quanto moda del momento, ma è giusto ricordare che i testi hanno un grande valore e riflettono l’essenza di quanto prodotto dalla band e questo penalizza decisamente la decisione di trasmettere un certo tipo di valori lontani per natura stessa dalla musica alternativa. Morale: Molto bravi nel loro piccolo.
In bilico tra l’HC dei Life In Your Way ed il metal dei Between The Buried And Me, gli August Burns Red azzeccano a dovere sia l’album che il momento per farlo uscire. L’ascolto serio è consigliato oggettivamente solo ai fan del genere. Amen.


Da 1 a 10: Più insistenti dei testimoni di Geova (5)
Articolo di: cece

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