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mercoledì 16 giugno 2010

THE PLIGTH - Winds Of Osiris

Visible Noise Records - 2009

Hardcore Punk (condito di hard rock)
Da 1 a 10: Ottimo esordio (7)
Articolo di: Martina d'Errico



I Plight, giovane band inglese, approdano al porto del primo full lenght dopo la pubblicazione di alcuni ep. Nonostante l'età dimostrano di saperci fare e anche molto, proponendo un sound che si rifa al punk hardcore di un paio di decenni fa, ma arricchendolo di una parte strumentale più massiccia e priviliegiata dalle nuove tecniche di registrazione inventate in questi anni, che aggiunguno un retrogusto hard rock al punk di base. I quattro, che sono già stati abbondantemente in tour (UK ed Europa) con gruppi come Gallows e Converge, hanno ricevuto grande supporto dal famosissimo settimanale inglese Kerrang!, supporto del resto pienamente meritato. Hanno infatti un'ottima capacità compositiva, con la quale hanno scritto canzoni veramente bellissime come "Into the Night", "Sick of Dreaming" e "Counting Teeth".
L'album consiste di 12 canzoni, e la seconda parte ha in realtà un leggero calo qualitativo, fatta eccezione per la titletrack, da includere senza meno tra i migliori brani del disco.
Il verdetto è quindi più che positivo, un buonissimo disco perfetto per iniettarsi un po' di carica!


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sabato 29 maggio 2010

GROEZROCK 2010 - Meerhout, Belgio - 23/24 Aprile

Articolo di: cece



Se dal 1992 allo scorso anno il Groezrock (Meerhout, Belgio) si era guadagnato il titolo di miglior festival HC, punk-rock, emo, alternative d’Europa; quest’anno è stato votato, attraverso la rete web, addirittura come miglior festival mondiale. E’ anche questo un buon motivo per tornare a curiosare, partecipare e a documentare il grande evento anche perché, va detto, di carne al fuoco in questi due giorni d’aprile ce n’è davvero tanta, vedere per credere:

Venerdì 23 aprile:
Hatebreed, Face To Face, The Mighty Mighty Bosstones, Saves The Day, Sunny Day Real Estate, Glassjaw, Agnostic Front, Banner Pilot, Alesana, The Real McKenzies, The Friday Night Boys, Haste The Day, This Is Hell, A Skylit Drive, The Swellers, Adept, Oh Sleeper, Young Guns, Grey Like Masquerade

Sabato 24 aprile:
Bad Religion, Sum 41, Pennywise, AFI, Lit, Story Of The Year, Parkway Drive, The Bouncing Souls, 88 Fingers Louie, H2o, The Bronx, Snapcase, The Aggrolites, Good Clean Fun, Born From Pain, Strike Anywhere, Despised Icon, A Wilhelm Scream, Zebrahead, Mustard Plug, Dance Gavin Dance, Winds Of Plague, Rise And Fall, Strike Number 8, Pour Habit, Mute, The Warriors, Stick To Your Guns, Static Radio, In Fear And Faith, Defeater, 50 Lions, Asking Alexandria, Miriachi El Bronx, Mc Lars.

La scaletta, suddivisa su tre palchi, accontenterebbe chiunque, di qualsiasi età, preferenza musicale, genere e generazione, peccato che il 2010 verrà ricordato dai posteri come l’anno del “risveglio dei vulcani”. Fatto sta che, per colpa delle forze della natura scatenatesi nella non così lontana Islanda e del conseguente blocco dei voli da parte di tutte le compagnie aeree esistenti, alcune band hanno dovuto rinunciare allo show proprio il giorno prima del festival. Ma anche questa è storia… I nomi ahimè erano davvero importanti anche perché un concerto dei Saves The Day era e resta tuttora uno dei miei più grandi sogni nel cassetto.
Per quanto riguarda gli altri assenti, lacrime anche per l’assenza dei Sunny Day Real Estate, da segnalare anche l’impossibilità di giungere in Belgio per Hatebreed, Oh Sleeper e Stick Your Guns. La missione di tamponare questa la ferita è stata affidata a Millencolin (la notizia renderebbe felice anche chi non li conosce), Holding Onto Hope, Caliban e The Ghost Of A Thousand. A conti fatti, con o senza l’intervento del vulcano, questa edizione fa sicuramente meno gola della precedente ma la voglia di Groezrock è sempre alle stelle quindi ci mettiamo in marcia senza indugio.

Day 1:
Dopo 13 ore di autostrade e percorsi che solo il Belgio nel bene e nel male può offrire resta qualche ora di tempo per piazzare le tende e riposare qualche ora prima d’inoltrarsi nel grande circo. Detto - fatto, sono le ore 17.00 quando, riconosciuti come la “Italian Press”, ci presentiamo puntualissimi, tra volti più o meno noti, al grande evento.
A tagliare il nastro dell’edizione Groezrock 2010 sono i The Swellers la cui esibizione risulterà infine una delle migliori dell’intera manifestazione, carichissimi, davanti ad un pubblico già a quell’ora vasto e sorprendentemente entusiasta davanti a degli esordienti (primo tour europeo della loro carriera), per saperne di più rimando i lettori all’intervista che abbiamo avuto occasione di fare loro in seguito.
Dopo l’intervista, i saluti ed i convenevoli della Press-Area, riusciamo a ritagliarci uno squarcio di tempo per fare un giro nei vari tendoni e stand di ogni tipo, dai gastronomici a quelli di abbigliamento, passando inevitabilmente per la musica. Su tutti una nota di merito va ad Etnies con i suoi due stand, i suoi gadget ed il suo staff di tutto rispetto.
Ma ora affrettiamoci a prender posto sul palco perché, anche se già visti e rivisti più e più volte, non si possono tralasciare i Millencolin, ci sarebbero intere pagine da scrivere su di loro, i concerti ed i festival ai quali hanno partecipato sono infiniti come l’affetto che si è creato attorno a loro da parte di tutti, pubblico e gruppi, li hanno chiamati all’ultimo, ancora una volta hanno fatto scuola, toccata e fuga vincente.
La fine dei Millencolin coincide con l’inizio degli Alesana, la sensazione che si prova è strana un po’ come mangiare un unghia di cane dopo aver mangiato una pizza calda; altro palco, altro pubblico, altra musica. Potrei spendere altre parole per gli Alesana, descrivendo ad esempio le loro movenze da impediti sul palco o la loro performance penosa senza il supporto di un produttore come in accade studio, potrei ma non voglio infamarli in fondo sono ragazzi simpatici, un po’ ingenui ma simpatici, fanno anche un pochino di tenerezza.
Ma torniamo nel Main-Stage, i Glassjaw sono infuocati! Questi urlavano quando molta della gente sotto al palco o sopra quello affianco (vi voglio bene Alesana), erano all’asilo e strillavano per altri motivi. Prestazione davvero superba la loro, sudore, rabbia, repressione e tanto cuore.
Tra un concerto e l’altro non ho ancora trovato il tempo per metter piede nello stage più “piccolo” Etnies-Stage, che è in realtà il più spettacolare con il palco alto poco più di un metro ed il pubblico a diretto contatto con la band e non poteva esserci occasione migliore di uno show dei Banner Pilot per confermare quest’aspettativa. Pare che il pubblico belga apprezzi molto più di noi italiani la scena punk-rock, non che io lo trovi strano, ma fa un certo effetto vedere un nuovo acquisto a mio parere semi-sconosciuto della Fat Wreck Chords, generare tanto furore e scatenare una catena di stage diving lunga quanto l’intero concerto, una favola.
Che nessuno me ne voglia ma non sono mai stato un accanito fan dei Face To Face, più che altro perché non ho mai approfondito il discorso, credo comunque che vedere una delle leggende del punk abbia sempre qualcosa da insegnare, se non altro fa curriculum. Il risultato è stato positivo, sopra le mie aspettative. Non ricordavo di conoscere così tante delle loro canzoni inoltre l’età non intacca la loro voglia di far del casino e non credo abbiano fatto un singolo errore, mi dispiace solamente non essere riuscito a vederli fino alla fine per colpa della sovrapposizione di orario con i The Friday Night Boys che mi ha costretto a tornare nel Etnies-Stage. A volte la curiosità e le aspettative rovinano un evento, ed è questo il caso dei TFNB, discreto il loro pop-punk su disco, orripilante dal vivo, scendendo brevemente nei dettagli questa è musica di facile fattura ma sono riusciti lo stesso a fare ribrezzo, mi è dispiaciuto.
Affrettandomi riesco ad assistere all’ultima mezzora per i Funeral For A Friend, questa screamo-rock band inglese non mi ha mai esaltato, non è nemmeno la prima volta che li vedo suonare ma devo constatare che la cosa mi lascia piuttosto indifferente... Punti di vista.
Ai Mighty Mighty Bosstones ai quali è affidato il compito di chiudere il primo giorno di festival, preferisco la birra belga e la mia scomoda tenda quindi per una volta sventolo bandiera bianca e cerco di ricaricarmi il più possibile per l’indomani.

Day 2:
Nonostante la stanchezza, dopo 48 ore senza riposo tra viaggio e concerti, il sabato mattina non richiede l’intervento della sveglia, a costringere tutti ad alzarsi è infatti il sole che, a differenza di quanto visto fino ad allora in Italia, ha deciso di farsi valere trasformando le tende in vere e proprie saune e distribuendo scottature e abbronzature permanenti per tutto il giorno, evidentemente madre natura ha pensato di mettere una pezza sui suoi danni.
Saltando allegramente la parte Brutal-Core del festival con Asking Alexandria, In Fear And Faith e The Ghost Of A Thousand che per altro avevo già avuto il disonore di vedere qualche settimana prima, ci presentiamo puntuali alle 12:30 in un Main-Stage non certo gremito di persone per assistere alla nostra prima scelta della giornata ovvero MC Lars. Hip-hop, rap ma anche tanto punk-rock nelle sue inusuali canzoni, per l’occasione la formazione comprende, oltre al leader MC Lars, un rapper afro-americano che canta a scheggia, un chitarrista che scratcha sulle corde della chitarra (se non avete capito cosa significa è del tutto comprensibile) ed il resto della band composta da membri degli Zebrahead (le due band erano in tour europeo insieme), il tutto condito dalle basi di un Mac a bordo palco. Il risultato è sorprendentemente positivo, le canzoni dal vivo sono ancora più godibile rispetto al disco, la sfrontatezza di quei ragazzi e la loro capacità di coinvolgere pian piano li appaga riempiendo il tendone tra rappers, punk e metallari allibiti. A lui la statuetta di concerto più divertente del festival.
Giusto il tempo per cambiare metà palco ed è il turno degli Zebrahead, la mia eccitazione nel vederli è sfumata dopo le prime tre volte e, a dirla tutta, di giocare con loro ad “abbassatevi tutti e al mio tre saltate” non avevo una gran voglia e così, retrocedendo di una trentina di metri me li sono canticchiati dalle retrovie.
Una settimana dopo la data di Cesena, ecco che mi ritrovo davanti, o meglio affianco ai Dance Gavin Dance, non ho mai perso la testa per questa band, ma gli avevo promesso la mia presenza. Precisi, tecnicamente impeccabili e potenti, è stato fantastico rivederli.
Tanto per rimanere sul “tecnico” a far sbordare di gente il tendone Eastpack-Stage ci pensano gli A Wilhelm Scream. Il loro show ha la particolarità di lasciare ad occhi aperti il pubblico dall’inizio alla fine. Veloci all’inverosimile ma al contempo precisi come un orologio della NASA; ogni volta ne esco esterrefatto, tanto che mi accorgo di essermi perso i primi 25 minuti degli 88 Fingers Loiue! Arrivato comunque in tempo per i pezzi più importanti assisto per la prima volta ad un concerto dei veterani della scena Melodic-HC made in Chicago. Dalle loro note si sente tutta l’esperienza ed il carattere di chi ha contribuito a creare un genere musicale socio-politico tanto forte da diventare una corrente di pensiero… Nonostante tutto sono ancora lì, non possiamo far altro che applaudire. La mia improvvisata organizzazione richiede una sosta per godersi sole, mexican-burger e birra ma la fase rifornimento deve essere da competizione perché mancano solo 20 minuti al momento dei The Bouncing Souls. E’ quasi un peccato vederli suonare solo tre quarti d’ora, sono troppo godibili ed hanno troppi ma proprio troppi pezzi belli per poterne tagliar fuori qualcuno, ad ogni modo con “Lean On Shena” sono riusciti a mettere d’accordo tutti, brividi e sing-along.
Arrivato il turno dei Lit vado ad accaparrarmi un posto di tutto rispetto a bordo palco per seguire da vicino, con onore, coloro che hanno posto le basi del punk-rock moderno. Raffreddate subito gli animi perché i Lit non sono come li immaginate, o forse sbagliavo io a pensare di trovarmi di fronte a dei musicisti e non dei pagliacci. Non voglio smontarli del tutto, anche perché quello che hanno fatto in passato fortunatamente resta indelebile ma vederli oggi conciati come dei pop-punkers da TRL, atteggiati e sbruffoni, mi ha a dir poco deluso. La prestazione live sembra non contare molto, tutto è incentrato sul resto, sul look e sulle coreografie composte da salti e movenze prevedibili, fastidiose e a volte impacciate. Non volevo arrivare a questo ma… Si sono bevuti il cervello.
Altra band attesissima, altra delusione; questo è il turno dei Sum 41. La band canadese nonostante la fama e la vita da star non ha mai smesso di fare buona musica toccando il suo momento migliore con l’album “Chuck” che si può definire un mini capolavoro. Ho fatto questa breve premessa per esaminare la loro recente disfatta: il successivo ed ultimo disco “Underclass Hero” non è affatto male ma lascia intuire la direzione di questo gruppo che, passato da quartetto a trio, abbandona molto del suo valore per strada facendo un grosso passo indietro. Tale involuzione dal vivo si traduce in noia e banalità. A questo c’è poi da sommare l’inefficienza del cantante Deryck Whibley, troppo poppy per suonare del punk e troppo punkettone per fare del pop, rimasto senza voce e senza identità, cerca di imitare Billie Joe Armstrong con scarsi risultati. Tra una canzone e l’altra sono stati capaci di infilare decine di minuti per rifiatare con silenzi assoluti o tempi morbidi di batteria accompagnati da lunghi accordi. Pessimi.
Uno sguardo all’esterno, si fa quasi sera e possiamo constatare una presenza di partecipanti al festival molto inferiore rispetto a quella della passata edizione ma non voglio scoraggiare ne demotivare l’organizzazione di questo festival ragion per cui attribuisco la colpa di tutto ciò al vulcano islandese con tutti i problemi di spostamenti che ha causato, posso farlo?!
“Per fortuna gli AFI non deludono mai”, diceva un belga alle mie spalle e come dargli torto?
Certo le loro cantilene dopo svariati ascolti non hanno più l’impatto delle prime volte e la voce di Davey Havok alla lunga risulta tediosa ma dal vivo non gli si possono trovare difetti. In Europa per presentare la loro ultima fatica “Crash Love”, gli AFI fanno tappa al Groezrock con fare professionale ed una scaletta che non riporta alle loro origini ma risulta comunque genuina per innovazione e caparbietà.
Passiamo ora al grande dubbio che ci affligge da fine 2009: come se la caverà Zoli Téglàs in veste di nuovo cantante dei Pennywise? La risposta la dà lui stesso con una perfomance strepitosa. Se con gli Ignite può dar sfogo alle sue immense doti vocali arrivando in alto fino al cielo e spesso oltre, con i Pennywise, Zoli cambia impostazione vocale, avvicinandosi il più possibile al vecchio leader Jim Lindberg che ha da poco lasciato la band per dedicarsi alla famiglia. Certo la band, nella sua totalità, da sempre offre uno spettacolo di tutto rispetto ed è inevitabile che, senza l’acclamato Jim i californiani non saranno mai agli stessi livelli ma la sostituzione si può definire “ben azzeccata”.
Persi gli H2O per mancanza del dono dell’ubiquità, mi dirigo al palco medio che chiuderà i battenti con gli Story Of The Year. Sapevo già cosa aspettarmi da loro, solita scaletta (con l’aggiunta di qualche pezzo del nuovo album), soliti salti, piroette e decine di loop a ripetizione, d’altronde è questo che pretendo che facciano e, ancora una volta, mi hanno accontentato.
Il ruolo di headliner del Groezrock 2010 lo giocano ovviamente i Bad Religion, con tanto di fascia da capitano, indiscutibile la loro posizione che, per molte delle band presenti, è soprattutto quella di allenatore. Mastodontici, precisi, esperti e disinvolti danno l’impressione di essere lì tanto per divertirsi quanto per impartire a tutti una severa lezione, d’altro canto, vedere i Bad Religion dal vivo equivale ad aprire un libro di storia, studiare e capire il perché di tutto quel che è successo dopo. Che vi piacciano oppure no i fatti sono quelli… Il maestro è sul palco, apriamo occhi e orecchie, impariamo.
Tutto finisce all’una spaccata, la mentalità e la disciplina belga, come da manuale, impone ai partecipanti il rientro immediato e, in men che non si dica, tutto lo spazio del Groez si trasforma in un parco fantasma, con noi italiani unici a finire la nottata al bar tra festeggiamenti e brindisi multietnici.

Esperienza decisamente positiva questo ritorno in Belgio che, ancora una volta, lascia a me e agl’altri ragazzi dell’ Italian Press la porta spalancata per il 2011, per concludere ritengo doveroso sottolineare la competenza dello staff del Groezrock, sia per quanto riguarda la parte burocratica, di amministrazione del sito web ed informativa, sia per quanto riguarda quella tecnica ed organizzativa presente all’interno del festival e della Press-Area. Per un italiano è impensabile che un tale evento inizia e finisca senza nessuna sbavatura, questo mi fa pensare: è bene che si svolga tutto lassù nella non più sconosciuta Meerhout.

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domenica 11 aprile 2010

REJECTED YOUTH – Angry Kids (2010 reissue)

Concrete Jungle - 2010
Punk
Da 1 a 10: Superfluo (5)
Articolo di: Michele Marinel


Sono passati 5 anni da quando questa band tedesca pubblicò il suo second album, “Angry Kids”. Per quanto siano stati osannati dalla stampa tedesca all’epoca, chiediamoci una cosa molto semplice: era veramente necessaria questa ristampa?
Ahimè la risposta è un ‘no’ abbastanza lapidario.

Il quartetto teutonico è fautore di un punk rock figlio degli anni ’90, che vorrebbe guardare ai Clash ma il cui sguardo si ferma ai Rancid. E sono le tante similitudini con la band californiana che rendono questo disco stucchevole. In se stessi i brani sono pure carucci, godibili, ma il senso di deja vu si affaccia alla mente dell’ascoltatore così tante volte da risultare davvero fastidioso, tanto più che questa ristampa, oltre alle 16 tracce della versione originale, contiene anche 6 bonus tracks, più una serie di contenuti multimediali.
Ad onor del vero il disco non è malaccio, ci sono alcuni pezzi veramente carini, pezzi ruvidi, altri più festaioli, alcuni momenti impegnati come la bella “Antifascista”. Diciamo che se la band fosse stata in grado di esprimere una più spiccata personalità probabilmente questo disco sarebbe stato decisamente migliore.

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sabato 10 aprile 2010

TICKING BOMBS – Crash Curse In Brutality


Concrete Jungle - 2009
Hardcorepunk vecchiamaniera
Da 1 a 10: Woohoohoooo (7)
Articolo di: Michele Marinel

Band nata nel 2000 dall’incontro di quattro amici di Fagersta, Svezia. Per combattere la noia della quotidianità della loro cittadina, i nostri quattro pensano bene di mettere su un gruppo, anche se non sanno praticamente tenere in mano uno strumento. Nove anni dopo i nostri giungono al quarto album (il primo non autoprodotto), un traguardo ottenuto a colpi di passione, costanza e dedizione, anche perché diciamocelo, le capacità tecniche sono migliorate dai loro esordi, ma non poi così tanto.

Ma va bene così. Non saremo certo noi a lamentarci del suon ruvido, dei riff asciutti, delle ritmiche lineari o degli assoli elementari di questo disco. Si tratta di hardcore punk vecchia maniera, mica di prog-post-qualcosa-core. I brani sono molto semplice, con strutture canoniche, niente di nuovo insomma, però si fanno amare con quell’approccio “fuck off” tanto caro agli Exploited, qualche melodia che richiama i Rancid più anfetaminici e dei cori sing-a-long che riportano alla mente tanto l’Oi! Punk quanto l’hardcore primevo di Agnostic Front e simili.
Anche i testi sono allineati alla tradizione del genere: storie di strada, di vita quotidiana, di unione e fratellanza, storie di violenza e inni contro la polizia.
Niente di nuovo come si diceva prima, ma nonostante questo un disco piacevole, coinvolgente, un lavoro che lascia intuire quanta potenza possa sprigionare questa band dal vivo. Per tutti i fan del genere, che da un disco punk cerca sempre e solo punk, questo può essere un lavoro certamente interessante.

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martedì 16 marzo 2010

DEATH BEFORE SUNRISE - Not All Who Wander Are Lost

Casket Lottery/Catalyst Records - 2009

Pop-Punk/Screamo (vedi 8 anni prima)
Da 1 a 10: Ispirano simpatia (7)
Articolo di: cece

Cercando qua e là e facendo un copia/incolla di gruppi “made in U.K.” possiamo facilmente ottenere i Death Before Sunrise, quartetto gallese che si accoda ai vari You, Me At Six, Kids In Glass Houses, Save Your Breath, pescando anche dal passato e da altre tendenze come Funeral For A Friend o The Blackout. E' forse il caso però di rallentare con i paragoni, i DBS viaggiano con una o due marce in meno rispetto ai “fratelloni” anche se il loro MCD di sette pezzi “Not All Who Wander Are Lost”, forte di un suono pop-punk molto catchy, semplice e ad impatto immediato, risulta da subito gradevole e degno di nota. Cercando qua e là e facendo un copia/incolla di gruppi “made in U.K.” possiamo facilmente ottenere i Death Before Sunrise, quartetto gallese che si accoda ai vari You, Me At Six, Kids In Glass Houses, Save Your Breath, pescando anche dal passato e da altre tendenze come Funeral For A Friend o The Blackout. E' forse il caso però di rallentare con i paragoni, i DBS viaggiano con una o due marce in meno rispetto ai “fratelloni” anche se il loro MCD di sette pezzi “Not All Who Wander Are Lost”, forte di un suono pop-punk molto catchy, semplice e ad impatto immediato, risulta da subito gradevole e degno di nota. Positivi gli inserti ed i riff con quel sound heavy che pare abbia un'attaccatura un po' forzata ma nel complesso dona un sano tocco di diversità tra una canzone e l'altra. Senza perdere tempo segnalo quella che, senza alcun dubbio è la miglior canzone della band: “Into The Night” e qui i complimenti si sprecano sia per le melodie che per le grandi doti del vocalist Richard Fisher. A questo punto non posso far altro che annodare il fazzoletto, in attesa di un album completo e magari ben prodotto, non deludetemi Death Before Sunrise.

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mercoledì 3 febbraio 2010

ALL TIME LOW - Nothing Personal

Hopeless - 2009

Pop-Punk (for lovers)
Da 1 a 10: neutro (6)
Articolo di: cece

Che ci crediate o meno ho tardato appositamente a recensire questo secondo album dei tanto blasonati All Time Low, aspettando che si raffreddasse l'ambiente dopo il lancio di un singolo “bomba” come “Weightless”. Se a pochi giorni di distanza dal grande botto, il mondo dei pop-punk kidz si era a dir poco incendiato, attribuendo titoli onorifici a destra e a manca come: “perla” power-pop o miglior canzone dell'anno, ancora oggi posso affermare che questa grande incandescenza non si è affievolita più di tanto. Certo il quartetto del Maryland, grazie anche al successo tra le ragazzine del leader Alex William Gashkart, è come non mai sulla cresta dell'onda oltre che sulle copertine di tutte le riviste di musica e gossip, ma può bastare un buon singolo sommato a qualche foto modaiola/sbruffona per far scalare a “Nothing Personal” tutte le classifiche di gradimento? La risposta è sì. Sono contentissimo per la Hopeless Records ma l'intero disco, a dispetto di quanto si vociferava prima della sua uscita, seppur iperprodotto, registrato e confezionato coi fiocchi, è innegabilmente immaturo e fin troppo superficiale. Forse le aspettative dopo l'ottimo esordio erano alte e l'esigenza discografica di far partorire subito la gallina dalle uova d'oro ha messo troppa fretta agli All Time Low, fatto sta che, senza “Niente Di Personale” verso di loro, questo passo indietro rispetto al passato rasenta appena la sufficienza. Grazie comunque per il bel singolo!

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venerdì 4 dicembre 2009

THE CASUALTIES - We Are All We Have

Side One Dummy - 2009
Punk/Oi! (Rancido)
Da 1 a 10: Ohi ohi ohi (4)

Articolo di: cece

Dico la verità, se non mi fosse capitato questo cd tra le mani avrei dato i “The Casualties” per dispersi o quantomeno sciolti, pare invece che sarò costretto a ricredermi di fronte alla realtà dei fatti, perché i quattro newyorkesi continuano a macinare musicaccia dal lontano 1990 dimostrando che un vero punk invecchia da punk.
Sempre sotto Side One Dummy Records, esce il loro settimo capitolo “We Are All We Have”, un ulteriore passo nel lunghissimo cammino della scena old-school di NY City.
Come credo di aver lasciato presagire, oltre al look, i The Casualties non hanno intaccato minimamente il loro sound, anche perché sinceramente e con un po’ di cattiveria, non credo ne sarebbero capaci.
Fatto sta che oggi, a differenza di dieci/quindici anni fa, un album come questo non serve praticamente a niente. Voce roca, suoni distorti e grezzi, melodie non melodiche, qualche inserto ska e tanto fiero e passionale fracasso fanno di “We Are All We Have” un disco da strada, da ghetto underground, insomma uno come altri 1000; ascoltare il singolo “War Is Business” per intendere.
D’accordo che le radici del Punk-Oi! sono extra solide e permanenti ma continuare a fare i vice Rancid quando anch’essi sono progrediti, non mi sembra un valido motivo per tenere alta la cresta.

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lunedì 30 novembre 2009

RAISED FIST - Veil Of Ignorance

Burning Heart - 2009
Hardcore/Punk (d'assalto
)
Da 1 a 10: la legge sono loro (8)

Articolo di: cece

Siccome i Raised Fist non hanno bisogno di presentazioni mi limito a scrivere, per dover di cronaca, che questo quintetto svedese è sicuramente il gruppo europeo più rappresentativo e storico della scena hardcore mondiale e, ve l’assicuro, c’è da esserne fieri. Esperti sul campo, grazie ad un percorso che ebbe inizio nel lontano 1993, i Raised Fist, forti di un solido contratto con la connazionale Burning Heart Records, giungono oggi al settimo album innescando, per l’occasione, una vera e propria bomba Hardcore-Punk capace, una volta esplosa, di offuscare persino il loro passato (non me ne vogliano i fan più datati).
“Veil Of Ignorance” infatti è un vero e proprio assalto alla musica, duro, fiero, viscerale, potente e aggressivo.
E’ incredibile come questa band che oserei definire immortale riesca, dopo tanti anni, addirittura a rafforzarsi e ad acquisire maggiore forza e determinazione, tali da poter ingannare il tempo migliorando la loro musica e le loro prestazioni.
Le tredici canzoni di “Veil Of Ignorance” sono tutte, e ripeto tutte, delle sfuriate devastanti e micidiali a partire dal singolo iniziale “Friends & Traitors” passando per momenti più riflessivi “Wounds” e “My Last Day”, mantenendo, fino all’outro conclusiva, un livello qualitativo altissimo, con tanto di rabbia e passione a secchiate.
In un tempo in cui l’hardcore sembra aver smarrito la sua strada, i Raised Fist decidono giustamente di dargli le più chiare indicazioni dettando quella che è sicuramente la miglior guida del 2009.

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lunedì 23 novembre 2009

SING IT LOUD - Come Around

Epitaph - 2008
Pop-Punk (trallallà)
Da 1 a 10: Easy Listening (6)

Articolo di: cece

Quando a fine 2008 lessi la notizia che la Epitaph Records arruolò tra le sue fila una pop-punk band, subito mi fiondai nella loro pagina myspace per sbirciare e capire chi fossero di preciso i Sing It Loud e, nonostante il piccolo inconveniente che per ascoltare qualcosa del loro repertorio bisognasse aspettare qualche settimana (erano presenti solo alcune demo), compresi subito, dal layout, dai vari loghi e soprattutto dalle foto del gruppo, ciò che questo quintetto del Minnesota aveva in serbo per noi.

Colori sgargianti, scritte a caratteri cubitali, fluorescenti e rotondeggianti contornavano le foto patinate di cinque teen-agers con tutti i cliché del momento: dal capellone belloccio alla voce, al tastierista di colore con occhiale fashion (vedi Plain White T’s e Huston Calls). Attivi solo dal 2007 e con appena una decina di show alle spalle, nemmeno a loro pareva vero di poter realizzare un album con l’aiuto del produttore-chitarrista dei Motion City Soundtrack Josh Cain e con Mark Trombino in fase di mixaggio; l’esito di questa operazione, battezzata “Come Around” viene alla luce nel settembre del 2008 e risulta essere, come da copione, una spensierata e poppeggiante collana di canzoni ultra-catchy e di facile apprendimento. Il disco si lascia ascoltare piacevolmente donando, senza troppe pretese, una ricca dose di ritornelli power-pop di quelli impossibili da cancellare dai ricordi (su tutte la titled track “Come Around”), di immancabili coretti melodici e con l’aggiunta dell’inserto vocale di Alex Gaskarth degli All Time Low in “No One Can Touch Us”. A mio parere “Come Around” è un album da apprezzare soprattutto per la sua simpatia e per la produzione più che discreta, si consiglia inoltre di resistere fino ad almeno fine maggio per poterne sfruttare in pieno le caratteristiche.

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giovedì 12 novembre 2009

LEFT ALONE - Left Alone

Hellcat - 2009
Punk (molto punk)
Da 1 a 10: old school (5)

Articolo di: Cece

In questo universo è rimasta una sola etichetta a dedicarsi anima e corpo di Punk, e per Punk intendo quello fatto di creste, chiodo e jeans strappati, mi riferisco alla Hellcat Records, piccola divisione della lungimirante Epitaph che, fin dai primi anni ’90, scende in strada ad accogliere le più squinternate e ruvide band del circondario.Non sono certo una nuova scoperta i Left Alone, fedeli alla famiglia Hellcat ormai da quattro anni e già al terzo full-length con questo self-titled “Left Alone” (per l’appunto).

E’ inutile tentare di non essere ripetitivi, “Left Alone” è un disco puramente punk, con quello stile D.I.Y. che trasuda sudore e spontaneità proprio come insegnano gli immortali Rancid o i Clash, gli Operation Ivy o ancora gli Street Dogs. Già il titolo del singolo “Bombs Away” la dice lunga sull’aspetto musicale e socio-culturale di questo quartetto californiano che si differenzia un minimo dai loro precursori grazie all’inserto di tastiere e organo, ma non fatevi strane illusioni, questo non intacca minimamente il loro sapore old-school, li devia anzi verso accostamenti quali Slackers e Mustard Plug.
L’album contiene quindici canzoni, tutte neanche a dirlo immediate e di breve durata, in certi casi attorno al minuto “Self Made”, “Do The Depression” io anche sotto con la strumentale “Intermission”.
Di certo non siamo di fronte a nessun pilastro della storia della musica, ma questa pretesa non credo abbia mai sfiorato le menti dei Left Alone, sicuramente a loro agio tra birre, pin-up e piccoli club formato garage.
Nostalgici e tradizionalisti fatevi avanti, qui c’è pane per i vostri denti!


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mercoledì 4 novembre 2009

LEWD ACTS - Black Eye Blues

Deathwish Inc - 2009
Punk Hardcore (di sicuro non per conciliare il sonno)
Da 1 a 10: 8 (non lasciamolo passare inosservato!)
Articolo di: Martina d'Errico

I Lewd Acts non sono persone che scherzano, questo è meglio saperlo fin da subito. Una volta che inizierete ad ascoltare il loro nuovo cd verrete investiti da un muro sonoro di rabbia tramutata in punk - hardcore di ottima fattura. Per una volta infatti, l'ira viene usata come propulsore per una musica più potente e più espressiva, invece che essere espressa solo tramite urla buttate a caso e parti strumentali senza nè capo nè coda. 

A differenza di questi esperimenti malriusciti, il gruppo californiano è riuscito a "gestire" a suo vantaggio la rabbia che sente nei confronti del mondo, sfruttandola come già accennato per creare canzoni potenti, rabbiose e personali."Black Eye Blues" è composto da undici pezzi, accomunati dalla voce graffiante di Tylure e da ritmiche travolgenti tipicamente punk, mentre la corposità dei suoni, la loro maestosità quasi "solida" viene presa in prestito dal metal, producendo canzoni bellissime come "Nightcrawlers", "Penmanship Sailed" e "I Don't Need You". C'è spazio anche per un mini episodio malinconico e funereo come "Who Knew The West Coast Could Be So Cold?" (peccato davvero l'esigua durata). Il piatto forte è però caratterizzato dal brano di chiusura "Nowhere To Go", dove troviamo tutte le diverse sfaccettature del gruppo fino ad ora descritte, quasi a riassumere l'album."Black Eye Blues" merita molto più di un ascolto, poichè inizialmente si viene colpiti soprattutto dalla veste hardcore mentre le altre qualità si scoprono poco alla volta, caratteristica che lo rende un disco destinato a durare nel tempo.

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venerdì 18 settembre 2009

BLITZKID - Anatomy Of Reanimation (volume 1)

Fiend Force - 2008

Horror Punk


Dopo 10 anni di carriera e una manciata di album pubblicati, è tempo per i Blitzkid di fare una rassegna e mettere un punto fermo a quanto fatto fino ad ora.
Ecco dunque la decisione di pubblicare una raccolta in due volumi dove sono ri-registrati i pezzi più significativi del gruppo come "She Wolf", "Hellraiser" o "Return To The Living".

Gli ingredienti sono quelli tipici dell'horror punk: cori orecchiabili, musica graffiante, canzoni tanto brevi da farcene stare quattordici in meno di 40 minuti, il tutto tenuto insieme dalla grafica mostruosamente (in tutti i sensi) irresistibile di Joe Simko.
Non c'è molto da discutere su questo disco, sarà sicuramente apprezzato dai fan di lunga data che si divertiranno a gustare alcune delle loro canzoni preferite, e può rappresentare un buon punto di partenza per coloro che si avvicinano alla band per la prima volta.


Da 1 a 10: carino ma trascurabile (6)

Martina d'Errico


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