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domenica 1 agosto 2010

RUDRA - BRAHMAVIDYA: TRANSCENDENTAL I

Vic Records - 2009
Black/Death Metal (orientalizzato)
Da 1 a 10: Originale (7)
Articolo di: Martina d'Errico



I Rudra nascono a Singapore, luogo piuttosto insolito per una band blackened death meta, nel 1992. Dopo varie peripezie dovute a diversi cambi di line-up decidono di sciogliersi, salvo poi riformarsi nel 1996 e pubblicare un paio d'anni dopo il disco omonimo di debutto. La parola "rudra" nella religione induista indica qualcuno che urla, strlla, ed effettivamente questo termine si addice alla musica proposta, che come già detto è un mix di black e death metal, reso però più personale da influenze di musica orientale. Questavolta la divinità malvagia non è il solito Satana, che lascia il posto a dèi indiani che donano un sapore esotico, tutto nuovo ma non per questo meno inquietante o "cattivo". Questo album rappresenta il secondo capitolo della trilogia "Brahmavidya", che si concluderà a breve con l'uscita della terza parte.
Un gruppo valido consigliato a chi è in cerca di sonorità un po' diverse.

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sabato 22 maggio 2010

THY DISEASE – Anshur-Za

Mystic Production - 2009
Goth-pop-death metal
Da 1 a 10: Coraggiosi ma con riserva (7)
Articolo di: Michele Marinel

Pubblicato nel 2009 giunge sui lidi italici solo quest'anno il quinto studio album del combo polacco che si mostra in gran forma e che riesce a stupire grazie ad una miscela originale di generi che, sulla carta, dovrebbero fare a pugni l'uno con l'altro.

Essendo polacchi, manco fosse un tratto tipico della cultura popolare, i nostri suonano un violento death metal dal buon tasso tecnico, che prende le mosse dal verbo dei padri Morbid Angel, con quei riff lancinanti e pesantissimi, su cui si innestano qua e là melodie anche dal sapore mediorientale che portano i nostri in territori cari ai Nile ed ai connazionali Behemoth. Un assalto sonoro di tutto rispetto che viene spezzato da arrangiamenti goticheggianti, tastieroni e momenti melodici con inserti di voce pulita.
E proprio qua sta il problema. Se le parti propriamente death sono intense, elaborate e graffianti mentre il lato più gothic è intelligente e mai scontato, a tratti raffinato, le clean vocals lasciano molto a desiderare. Peccato perchè in coda all'album due cover ("Sinner In Me" dei Depeche Mode e "Frozen" di Madonna) mostrano da dove vengano i retaggi più morbidi della band. Connubio blasfemo viste le radici metalliche del combo? Forse si, ma il risultato e il coraggio della commistione non sono per niente da buttare, anzi.
"Anshur-Za" è un disco che scorre via in maniera piacevole, pesante ma allo stesso tempo fruibile, con variazioni che stupiscono e con un amalgama che funziona. Migliorate le voci pulite questo disco sarebbe ottimo.

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domenica 18 aprile 2010

TRIPTYKON – Eparistera Daimones

Century Media - 2010
Avantgarde:Extreme:Genio
Da 1 a 10: (10)
Articolo di: Michele Marinel

Bisogna stare attenti con Thomas Gabriel Fisher, l'artista svizzero ci ha abituati a grandi balzi in avanti come fece ai tempi con i suoi (seppur rozzi) Hellhammer o con i primi grandissimi Celtic Frost, come a sonori capitomboli come con gli ultimi album della prima incarnazione della sua formazione più nota, a svarioni non indifferenti come quello a nome Apollyon Sun, e a grandi resurrezioni come accadde con il ritorno sulle scene dei Frost qualche anno fa.

Ora diciamocela tutta, chi non ha pensato che il nostro beniamino si fosse di nuovo sputtanato abbandonando di nuovo i CF e facendoli nuovamente naufragare nell'blio dopo un ritorno con i controcazzi con lo splendido "Monotheist". Al sottoscritto il dubbio era venuto e penso anche a voi.
Quando annunciò il ritorno sulle scene con una nuova band la speranza era tanta, la preoccupazione anche. Ora che ci ritroviamo in mano il primo vagito dei suoi nuovi Triptykon possiamo tirare un sospiro di sollievo: questo disco è una bomba!
Inutile stare qua a spiegarvi questo lavoro pezzo per pezzo, sarebbe svilente per un'opera del genere. Basti sapere che questo progetto musicale è realmente la prosecuzione della migliore tradizione celticfrostiana e anche qualcosa di più, una riesumazione di tutto ciò che è stato Fisher in musica, dagli Hellhammer in avanti, driblando le cazzate fatte in passato e portandosi dietro la propria eredità migliore, ma allo stesso tempo proiettandosi in avanti.
Indefinibile a livello stilistico "Eparistera Daimones" racchiude in se tutto ciò che è stato il metal estremo dai suoi albori ad oggi, nella sua veste più genuina. E' un lavoro gotico nel senso di oscuro ma anche per quella che potremmo definire una sorta di elevazione spirituale inversa, un inabissarsi nei meandri più profondi del malessere e dell'angoscia. E' black per il suo essere un monolite nero che si erge minaccioso sull'ascoltatore, una massa dalla superficie scabra che inghiotte ogni luce ed ogni speranza. E' death per la sua forza, per il suo impatto, per la capacità di travolgere quando si accelera. E' doom per il suo suono mastodontico e per il suo incedere pachidermico e funereo nei momenti in cui si rallenta. E' tutto questo e niente di tutto ciò perchè in realtà riconoscerete poco o nulla del black, del death o del gothic o del doom per come siete abituati ad intenderli, eppure ci sono, perchè in realtà è stato quest'uomo a inventarsi quasi tutto e a stravolgere i canoni da lui stesso imposti, forgiando quello che probabilmente è stato in assoluto il primo gruppo avantgarde della storia del metal e che nei Trypticon trova il suo prosieguo.
Un disco ai limiti della perfezione se avete lo stomaco e la capacità di affrontarlo dall'inizio alla fine (e non è poco), impreziosito da una confezione curatissima e dallo splendido artwork concesso dal grande Giger.
Più che un disco un'esperienza... che vi farà male. Soffrite!

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venerdì 16 aprile 2010

KONGH - Shadows Of The Shapeless

Trust No One - 2009
Death (+ black e solite solfe)
Da 1 a 10: Trascurabilissimo (5)
Articolo di: Martina d'Errico



Sarà che l'atmosfera primaverile non si addice a musica di questo genere, sarà che i Kongh non propongono niente di particolarmente rivoluzionario, fatto sta che dopo la prima, interminabile canzone, avevo già voglia di chiudere e passare ad altro.

Ma, dato che sono una redattrice come si deve (o almeno mi piace crederlo!) sono andata fino in fondo, in modo da poter dare un parere fondato.
Come avrete intuito da nome, titolo e copertina, gli svedesi suonano il solito death/black metal cercando di essere più cattivi dei vicini norvegesi. Perdonatemi il sarcasmo ma dopo aver ascoltato cd su cd tutti più o meno uguali, mi capita di non sapere più cosa dire.
Al solito, ci troviamo di fronte a buone capacità tecniche e strumentali, ma quello che manca a questo disco, così come a tanti altri dello stesso genere e non, è un'anima, un qualcosa che lo distingua, che faccia venire voglia di ascoltare proprio quello invece di un altro e che permetta, una buona volta, di renderlo un disco da ricordare per più di due giorni dopo l'uscita.
Anche in questo caso sono sicura che i cultori del genere si divertiranno non poco su questi cinque pezzi, e mi sento quasi di consigliarne l'ascolto; tutti gli altri, passino pure avanti senza indugi.


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martedì 30 marzo 2010

ABYSS OF PAIN – Professing Through Terror


Crash & Burn - 2010
Death Metal tutto d'un pezzo
Da 1 a 10: Lodevole ma ci devono lavorare (6)
Articolo di: Michele Marinel


Nata come Swarm nel 2003 e ribattezzatasi Abyss Of Pain l'anno successivo, la band del Friuli Venezia Giulia approda finalmente al full length.

"Progression Through Terror" snocciola 11 pezzi di death metal senza troppi fronzoli, diretto, efficace, con un suono grasso e rotondo che punta all'impatto più che a stupire con la tecnica.
In effetti l'approccio di questi ragazzi alla materia è più un colpo di mazza che un gioco di fioretto, ma tutto sommato si fa apprezzare anche per questo. Le radici di questa band sono chiare ed affondano profondamente nella tradizione del death metal europeo, non tanto quello melodico di Gotheborg, quanto quello primevo della prima scena europea, quella di Entombed, Dismember, Grave e via dicendo.
Un suono quindi oscuro e violento, fatto di riff compatti e non arzigogolati, di ritmiche quadrate che frequentemente scivolano in mid tempos sulfurei sui quali alegga maligna ed oscura la voce profonda di Alessandro Molaro.
La struttura piuttosto lineare dei brani è probabilmente dovuta anche alla presenza di una sola chitarra. In effetti un'altra ascia potrebbe portare un po' più di dinamica ai pezzi e magari anche qualche miglioramento in fase solistica.
Sicuramente un combo da andare a vedere dal vivo vista la "botta" di cui sono capaci. Da un punto di vista strettamente critico invece, pur essendo lodevole l'amore e l'integrità verso un genere, la band deve lavorare per trovare una sua più marcata personalità. Ad ogni modo ad ogni buon deathster questo disco piacerà

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domenica 21 febbraio 2010

SPECTRAL - Evil Iron Kingdom



CCP Records - 2009
Death metal - Epic metal
Da 1 a 10: 7/10
Articolo di: Giuliana Liani

Veloce e feroce, pestato e crudele quanto basta, “Evil Iron Kingdom” s’impone con violenza negli stereo dei True Metallers del ventunesimo secolo. Screaming e growling furiosi s’innalzano da un letto di riff di chitarra rapidi e adeguatamente vincolati al doppio pedale della grancassa nella titletrack dell’album.

Brani dal sapore epico e squisitamente bellico si sviluppano attraverso sequenze di chitarra distorta, veloce e martellante come nel caso di “Die In Battle” corredato da un chorus immediato e possente al punto giusto, inserito con sapienza all’interno di una canzone caricata da riff trascinanti e vigore tipico del metal con venature epico-viking.
Impossibile riprendere fiato durante l’intero sviluppo del disco, che sembra concedere brevi attimi di respiro solo durante il chorus di “Embraze The Darkness”, cadenzato e cantilenante nel cantato pulito di voci maschili che conferiscono il tono marziale e velatamente nostalgico ad un brano comunque estremamente rapido e violento sulla falsa riga di Amon Amarth e compagnia.
L’incedere dinamico e possente di “Evil Iron Kingdom” procede con “Pagan Steel”, carico di enfasi e rapidità, stereotipo classico della cultura bellica promossa dal genere proposto dagli Spectral, “figli di Odino” alla ricerca di ideali di supremazia e salvezza, come immediatamente intuibile dalla godibilissima canzone a seguire, “Age Of Eternal Viktory”. Un accattivante motivetto di chitarra accompagna l’ascoltatore attraverso la valle di sangue e polvere che condurrà il Guerriero verso l’Eternità della vittoria.
Un corposo giro di basso termina il viaggio attraverso “Evil Iron Kingdom” con il brano “Raise Your Fist”, supportato dal ruffianissimo ritornello epico e galvanizzante come meglio si conviene ad un heavy metal fondato sul valore dell’epicità folk.
Pur non brillando in originalità, l’album si dimostra in grado di raccogliere i punti fulcro del death metal epico tipico della tradizione nordica e di svilupparli come meglio possibile al fine di dare alla luce un full-lenght che, seppur infinitamente lungi dal proporre alcunché di innovativo, regala quanto possibile desiderare dal genere musicale proposto.


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mercoledì 17 febbraio 2010

VEMOTH - The Upcoming End




Dental Records - 2009
Black Metal (con influenze death)
Da 1 a 10: Un buon ascolto (7)
Articolo di: Martina d'Errico

I Vemoth dichiarano guerra al genere umano, e per portare avanti la loro crociata pubblicano un nuovo cd, il secondo della loro carriera, intitolato "The Upcoming End". Nonostante proclamino di suonare qualcosa di unico e mai sentito prima, il loro è in realtà un classico black/death metal, fatto veramente bene ma che di sicuro non rivoluzionerà la storia della musica. La durata complessiva del disco è di poco più di mezz'ora, il che lo rende facilmente accessibile se si ha voglia di dare un ascolto senza impegno e fa sì che questo cd possa costituire un punto di partenza più "leggero" per chi non è avvezzo al genere. I brani sono tutti belli, ma si notato in particolare "Lida", "Without The Presence Of God" e la conclusiva "Wolfpack".

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mercoledì 27 gennaio 2010

NODE - In The End Everything Is A Gag



Scarlet Records - 2010
Death Metal (100%Hate!)
Da 1 a 10: 100%Hate! (10)
Articolo di: Davide Pozzi

L’anno non poteva iniziare in maniera più violenta ed incazzata di così. L’ennesima fatica dei milanesi Node inaugura questo 2010 con la stessa forza di un fottuto tsunami, travolgendo senza alcuna pietà qualsiasi cosa. Il consueto sound death metal, marchio di fabbrica della band da più di 15 anni, raggiunge in questo nuovo lavoro un livello qualitativo altissimo, unendo come sempre con grande maestria una tecnica invidiabile con un’aggressività spaventosa.

Fin dalla traccia d’apertura “100% Hate” s’intuiscono le intenzioni bellicose dei Node, una mitragliata letale che fa da preludio al massacro musicale che si esalta attraverso brani pazzeschi come: “The White Is Burning”, “When I Believed In God”, “This Ocean”, “Mia Follow Me Down” o la spettacolare “In Death You Live”; per un totale di 9 pezzi più la cover (davvero ben fatta) di “Rebel Yell” di Billy Idol. La crescita della band milanese ha davvero dell’incredibile, anche in questo nuovo “In The End Everything Is A Gag“ è riuscita a fare un balzo in avanti notevole da qualsiasi lato la si voglia vedere, una costante nella carriera della band italiana, che album dopo album e show dopo show è riuscita a farsi apprezzare dagli amanti del genere per mezzo di un sound death/thrash schietto e diretto quanto mai. Non sapremo mai se i ragazzi avranno in questo benedetto paese la giusta attenzione che meritano, probabilmente se sulla loro bio ci fosse scritto provenienza USA, saremmo qui a tessere lodi infinite, ma la storia è arcinota e francamente ci siamo rotti di ripeterla all’infinito; per fortuna che a noi resta quello che più conta, la loro ottima musica. Per quello che mi riguarda “In The End Everything Is A Gag“ è già nella mia top del 2010, visto che siamo solo a gennaio vi ho già detto tutto. Pazzesco!

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martedì 26 gennaio 2010

RESURRECTURIS - Il Richiamo della Foresta

Intervista a: Carlo Strappa (chitarra)
Articolo di: Michele Marinel

Il compito di un buon giornalista non è certo quello di smarchettare a destra e a manca come fanno tante firme prestigiose della stampa musicale e non. E infatti c'è ancora qualcuno (NOI!!!) che fa del giornalismo (musicale e non) serio, accurato, approfondito, con domande incalzanti e senza paura di porre quesiti scomodi ai propri interlocutori. Questa volta ad incrociare la nostra efferata sete di sapere, la nostra spietata ricerca della verità, è stato Carlo Strappa dei Resurrecturis, death metal band tra le prime mover della scena italiana.


La vostra cartella stampa inizia con una frase tipo "Cosa spinge un responsabile marketing di una grossa multinazionale a suonare death metal"? Infatti, cosa ti spinge a suonare death metal anziché dedicarti ad hobby più costruttivi e in linea con il marketing come la coca o le troie?

Veramente tra i miei colleghi sono molto più diffusi passatempi come il ciclismo, la moto e così via. Qualcuno si spinge un po' più in là ed arriva a farsi l'amante, oppure si concede qualche seratina a luci rosse quando è in trasferta. Per quanto mi riguarda la musica, è arrivata molto prima del marketing. E semplicemente è rimasta al mio fianco ogni volta ho avuto bisogno di un rifugio.

Sempre citando la vostra cartella stampa: cosa vi spinge a scegliere anziché una vacanza in un paradiso tropicale un estenuante giro per l'Europa in un tour bus? E soprattutto se ci andiamo noi nel paradiso tropicale con la coca e le troie di cui sopra e mettiamo tutto sul tuo conto?

È il richiamo della foresta! Quando siamo in tour viviamo in una specie di limbo al di fuori delle leggi che regolano le nostre vite di tutti i giorni. Non sono un tipo da villaggio vacanza! Preferisco di gran lunga situazioni molto più avventurose, come quelle che si creano certe volte quando siamo in giro a suonare. Inoltre mi piace incontrare gente di tutti i paesi e stringere amicizie con musicisti stranieri che seguo da tanti anni.
Per quanto riguarda il mio conto in banca, non è così ricco come potresti immaginarti, se come paradiso tropicale ti accontenti di Pesaro magari viemmi a trovare questa estate e ti porto fuori per una pizza (per coca e troie non prometto niente!)


I Resurrecturis sono una band storica del death metal tricolore, tra le iniziatrici del genere nel nostro Paese, pur tuttavia rimangono un'entità un po' misteriosa. Vuoi riassumere la vostra storia per i nostri lettori?

Secondo me i Resurrecturis hanno quest'aura un po' misteriosa qui in Italia perché da tanti anni svolgiamo la maggior parte della nostra attività all'estero. Nei nostri confronti nel belpaese non c'è stato più tanto interesse da quando abbiamo cessato di essere una demo band ed abbiamo pubblicato il nostro debut album con una etichetta olandese.
Comunque per rispondere alla tua domanda, i Resurrecturis nascono a Fermo nel 1990. Tra il 1995 ed il 1998 abbiamo pubblicato 3 demo tapes. Nel 1998 abbiamo fatto il nostro debut album uscito per Power Rds (Olanda). Il disco è stato anche licenziato per la versione su cassetta alla ungherese Backwoods Prod. E per il picture LP alla tedesca Quamby Hill. Nel 2000 abbiamo fatto il nostro primo tour europeo che ci ha portato a suonare in Portogallo, Belgio, Slovenia, ecc. Purtroppo alla fine di quel tour un grave incidente stradale ha imposto un lungo stop alla nostra attività. Dopo un po' abbiamo realizzato un nuovo demo con la speranza di attirare l'interesse di qualche etichetta un po' più solida di quelle con cui avevamo lavorato fino a quel momento. Erano i tempi in cui furoreggiava il black metal e già si preparava l'avvento del nu metal per cui la nostra proposta non deve essere sembrata troppo in linea con i tempi. Allora abbiamo iniziato a lavorare al secondo album, che abbiamo anche registrato mentre il clima tra di noi era sempre più deteriorato. Al termine delle registrazioni abbiamo deciso di interrompere la nostra attività, senza neanche pubblicare il disco – ne avevamo avuto davvero abbstanza di tutti i casini e anche dell'indifferenza che ci circondava. Alla fine del 2003 ho deciso di ricominciare coi Resurrecturis. Il secondo disco è stato pubblicato come autoproduzione con il titolo "The Cuckoo Clocks Of Hell" e successivamente è stato ristampato da Mondongo Canibale (Spagna). Tra il 2005 ed il 2007 abbiamo fatto una serie di tour in giro per l'Europa accompagnando band del calibro di Vital Remains, Macabre, Impaled Nazarene e Jungle Rot. Finalmente ci siamo messi al lavoro per il terzo disco, "Non Voglio Morire", uscito da qualche mese per su Casket (UK).


Essendo, come si è detto, tra i prime mover del genere in Italia come ti fa sentire il fatto che il death sia sempre stato un po' snobbato qui da noi?

Non ci ha reso la vita facile il fatto di esserci formati in Italia, però credo che alla fine possiamo dire che oggi siamo quello che siamo anche perché venendo dalla provincia della provincia siamo stati meno esposti alle influenze dei gruppi stranieri e quindi forse abbiamo avuto la possibilità di sviluppare uno stile almeno in parte personale.

Visto che sei sulla scena da un bel pezzo secondo te quali sono le band nostrane che avrebbero meritato più successo (e non l'hanno ottenuto)?

Bulldozer, Necrodeath, Death SS e Negazione senza ombra di dubbio. Quelle erano band all'avanguardia per i loro tempi. Non hanno mai avuto la possibilità di competere alla pari con le controparti straniere. In Scandinavia i musicisti che vogliono fare sul serio campano con il sussidio di disoccupazione. Oggi quei paesi vantano band di successo planetario ed un livello medio dei musicisti molto elevato. Per contro noi in Italia abbiamo la SIAE che si presenta a battere cassa non appena una quindicina di compagni di scuola si riuniscono per ascoltare un po' di musica.
Recentemente sono stato al Brooklyn Museum che è una delle principali strutture museali di tutti gli Stati Uniti: nel museo c'era una mostra fotografica temporanea intitolata "Who shot rock'n'roll" che raccoglieva una gran quantità di scatti celebri e meno celebri ad artisti rock. Visitando la mostra era subito chiaro che i curatori oltre ad essere dei conoscitori dell'arte fotografica, vantavano competenze importanti anche in campo musicale. In Italia una cosa del genere è impensabile. La musica rock è vista come una cosa per teenager. Uno sfogo giovanile. Non c'è un interesse serio, approfondito...


Veniamo a voi, la gestazione del nuovo album è stata piuttosto travagliata, ho letto, puoi dirci cos'è successo? E mi raccomando, vogliamo nomi, cognomi e misfatti!

Nomi e cognomi, eh? Vabbuò, ecco come è andata… Per il disco avevamo deciso di affidarci a Davide Rosati di ACME recording a Raiano in Abruzzo. Dopo aver portato a termine le registrazioni con una certa difficoltà (dovuta più che altro alla complessità del disco ed anche alla logistica infelice, visto che lo studio è piuttosto distante da dove viviamo), al momento di iniziare il missaggio sono iniziati i veri problemi.
Davide si è reso irreperibile per periodi lunghissimi di tempo in cui non si degnava neppure di rispondere al telefono. Le rare volte che si riusciva a parlarci prometteva di inviare i primi mix entro una settimana al più tardi, cosa che regolarmente veniva smentita dai fatti. Insomma dopo un'attesa estenuante mi arriva un CD con un po' di canzoni che non c'entrano niente le une con le altre. Cioè ad ascoltare il disco sembrava proprio che si fosse sforzato di accentuare le differenze invece che di dare compattezza al lavoro. Lo risentiamo e gli diciamo che proprio non ci siamo e che bisogna lavorare in un'altra direzione e lui che fa? Sparisce di nuovo… Alla fine mi sono proprio girate le palle, perché vedi, io non so come è abituato lui, ma io lavoro tutta la settimana in ufficio, poi nel week end oppure nelle ferie mi faccio 300 km e vado a registrare nel suo studio e pago per stare lì e mi aspetto decisamente che non escano fuori stronzate come questa, perché sono già pieno di cose da fare e l'ultima cosa di cui ho bisogno è di perdere tempo provando a rintracciare 50 volte in una settimana qualcuno che non mi risponde al telefono.
Insomma alla fine mi sono fatto dare le tracce non mixate e le ho portate da Paolo Ojetti (Infernal Poetry / Potemkin Studio). Dopo circa un mese avevo il master per la Casket in mano.
L'incontro al casello dell'A14 di Teramo dove Davide mi ha portato l'hard disk con le registrazioni è stato molto istruttivo. Mi ha detto che gli dispiaceva che le cose fossero andate così. Davvero patetico, no?


Alla fine di tutto cosa ne pensi del risultato finale? Sei soddisfatto di com'è venuto "Non Voglio Morire"?

Si, visto come sono andate le cose difficilmente si sarebbe potuto fare di più. L'unica cosa che spero è che in futuro non si ripetano storie analoghe a quelle che hanno segnato "Non Voglio Morire".

A proposito: perchè questo titolo?
"Non Voglio Morire" è uno slancio vitalistico contro il grigiore in cui si può affogare una volta che il tran tran quotidiano si regolarizza tra impegni lavorativi e casalinghi. Questo è un disco che si rivolge a quelli che credono che i sogni non debbano mai essere lasciati nel cassetto!
Nel titolo poi c'è anche un riferimento all'aspirazione all'immortalità che l'artista riceve tramite il perdurare della sua opera oltre il termine della sua stessa vita.


Come descriveresti oggi il sound della band? Lo trovo ricco di elementi esterni al death...

Sicuramente nelle nostre canzoni è possibile rintracciare influenze provenienti da ambiti musicali non riconducibili al death metal. In generale direi che ci sono 25-30 anni di rock duro che confluiscono in un disco come "Non Voglio Morire". È significativo che nelle numerose recensioni uscite i nomi che sono saltati fuori sono stati sempre diversi. Ascolto musica da quando ho 9 anni, a quei tempi il death metal neanche esisteva ed io mi sparavo dosi massiccie di Judas Priest, Black Sabbath, Ozzy, ecc. Tutte queste cose che ho divorato nel corso degli anni le ho metabolizzate e fatte mie. Ecco perché trovi così tante influenze diverse nel nostro sound. E poi non dimenticare che nel disco l'idea era di raccontare la storia del mio rapporto con la musica. Era quindi inevitabile fare qualche riferimento alla musica che mi ha accompagnato in questi anni.

Hai scelto di rendere il disco disponibile per il download dal vostro sito, in maniera totalmente gratuita, a cosa è stata dovuta questa scelta? E quanto ha fatto incazzare la casa discografica?

Secondo me con l'avvento di internet e dell'mp3 il rapporto della gente con la musica è irrimediabilmente cambiato. Sia nel bene che nel male. Opporsi a questo cambiamento non ha senso.
L'amara esperienza avuta con il nostro primo album, "Nocturnal", distribuito malissimo dalla Power Records, mi ha insegnato che per me la soddisfazione più grande è sapere che tutta la passione che mettiamo nella nostra musica, non rimane chiusa nel magazzino di una casa discografica, ma ci mette in comunicazione con altre persone in giro per il mondo. Sapere che quello che creiamo con così tanta fatica è fonte di piacere per qualche altra persona, mi mette la voglia di dare ancora di più e riprovarci.
La Casket ha detto subito che non trovava la nostra una buona trovata e che avrebbe avuto gravi ripercussioni sulle vendite del disco, ma hanno avuto l'onestà di non crearci problemi una volta che gli abbiamo confermato che la decisione era già presa.
I download dal sito procedono a ritmo sostenuto, non credo che la Casket avrebbe mai potuto disseminare tutte queste migliaia di copie in giro per il mondo. Tra l'altro anche i dischi più vecchi ed i nostri demo (pure disponibili sul sito) hanno beneficiato di una certa attenzione.



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mercoledì 23 dicembre 2009

FOMENTO - Either Caesars Or Nothing

Coroner - 2009
Thrash-death, Hardcore.
Da 1 a 10: (6/7) E non c'è tempo per respirare.
Articolo di: Enrico De Domeneghi

Se 'fomento' significa ancora 'istigazione deliberata ed intenzionale alla violenza', l'italico combo ha azzeccato almeno un paio di cose: saper rendere bene l'idea della propria musica già dal nome, ed aver scelto un moniker decisamente stiloso. Attivi dal 2005, eccoli al primo full-lenght per Coroner Records, un lavoro double-fax che ha subito attirato l'attenzione di gente del calibro di Hatebreed e Children Of Bodom.

Double-face soprattutto nella sostanza, direi. 'Either Caesars Or Nothing' è un buon connubio di death-thrash ed hardcore in 12 tracce, in cui i cori da pugna alzate convivono con strutture metal, e gli assoli interrompono sfuriate accacì o breakdown mosh senza grossi problemi. Aggiungici le vocals filo-Jasta del discreto urlatore Marco Krasinski, un massiccio uso del doppio pedale ed ottieni i Fomento. Nulla di più lontano dal death-core frangiato, quello per cui prerogativa fondamentale all'ascolto è essere magri e finti-mori, per intenderci. E infatti, già dal press-kit le intenzioni sono chiare: diventare 'the ultimate anti-emo war machine' (fatevi un giretto sul loro sito http://www.fomento.it, date un'occhiata all'immagine di apertura e vi farete subito un'idea -nda).

Va premiata l'intransigenza, certo, ma questo comporta dei rischi. Perchè se la tua band non si chiama Hatebreed o Salyer, cioè se non hai dimostrato negli anni una credibilità tale da poter permetterti di essere sempre più o meno egregiamente la stessa cosa, rifarsi a stili musicali così triti e sviscerati vuol dire ripetere la ripetizione, giocare a carte scoperte. Ad ogni modo, pur sempre di un debut album si tratta, e se ancora c'è di certo spazio per mettere del proprio, brani come 'Burial At Sea' o 'Faithless' sono già buone preview di cosa i Fomento potranno diventare. Hanno buone potenzialità ma non si sono ancora applicati del tutto. Diamogliene il tempo.

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giovedì 3 dicembre 2009

DETHKLOK - Dethalbum II



Williams Street Records - 2009
Death Metal (virtuale mica vero)
Da 1 a 10: quando arriverà la scritta game over? (5)
Articolo di: Davide Pozzi

Secondo capitolo per il progetto virtuale Dethklok. Giochino nato diversi anni fa dalla mente di Brendon Small e Tommy Blacha. Se qualcuno di voi non conoscesse la storia che tanto è piaciuta negli States (esiste qualcosa che non piaccia agli americani?) vi rimando alla aggiornatissima e completissima pagina di wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Dethklok dove si spiega il progetto e la storia dei singoli personaggi (membri della band) che fanno parte dei Dethklok.

Dal punto di vista musicale, che poi è quello che interessa a noi, Brendon Small ci offre il più classico dei death metal. Così com’era accaduto nel capitolo precedente, i brani proposti, ben dodici, risultano abbastanza scontati e spesso simili l’uno all’altro, il che rende questa band virtuale da un lato dannatamente umana (in quante occasioni ci siamo trovati a parlare di band che presentano brani fatti con lo stampino) dall’altro abbastanza noiosa, specialmente perché mantenere alta l’attenzione fino alla fine del disco è davvero un’impresa ardua. E’ piuttosto lampante che tutto quello che sta dietro al progetto di MR. Small è più importante e più curato della parte musicale; che non a caso è divenuto famoso più per il fatto di essere il creatore di una band virtuale che per il sound che propone. Ovviamente i Deathklok vanno presi come un gioco e come tale vanno trattati, finita la voglia di giocare si spegne e si passa ad altro, che poi è proprio quello che farò io immediatamente e che consiglio di fare anche a voi.

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venerdì 27 novembre 2009

RESURRECTURIS – Non Voglio Morire


Casket - 2009
Morte Metal
Da 1 a 10: Sa il fatto suo (8)
Articolo di: Michele Marinel

Lo ammetto, non avevo mai incontrato sulla mia strada i Reurrecturis, e leggere nelle note biografiche che questa sarebbe una delle band capostipiti del death italiano mi aveva fatto alzare un sopracciglio per la perplessità. Sarà che la scena death italiana, pur vantando band di ottima caratura, non ha mai avuto più di tanti riscontri? Chissà.

Veniamo ad ogni modo all'album. Il disco si apre come una bordata death metal d'altri tempi, di quel death metal duro e coriaceo, ma anche grasso e a tratti melodico, che ha fatto della scuola europea un capitolo a se stante rispetto ai padri americani.
Riff quadrati, veloci e senza fronzoli lasciano spazio a partiture solistiche melodiche e di buon gusto. Niente funambolici virtuosismi da primi della classe, ma di classe è quel tocco modesto eppure curato che i Resurrecturis hanno, e tante altre band no.
Sorprendono e piacciono i brani intermedi del disco che aprono a influenze diverse, alla struttura verso-growl/ritornello-pulito che rimanda al moderno metalcore (ma filtrato attraverso una sensibilità da vecchia scuola) a svisate dal sapore marcatamente thrash che riprende alcuni elementi che hanno caratterizzato il sound dei Metallica dei tempi d'oro. Un sound ruvido ma allo stesso tempo studiato, che si apre e si chiude su se stesso quasi come se respirasse, un esempio di come si possa fare death metal con gli orizzonti aperti ma senza vendersi o scopiazzare, rifacendosi a chi c'è stato prima ma mettendoci del proprio, che è quello che fa la differenza.Certo la voce di Carlo Strappa non è eccelsa, ma fa il suo degno lavoro nelle parti più aggressive mentre proprio certe imperfezioni rendono più gustose e meno scontate le parti pulite. La produzione è buona ma non stratosferica ma, secondo il modesto parere del sottoscritto, questo è un punto a favore quando si parla di metal estremo, e non il contrario.
In conclusione Non Voglio Morire è un disco maturo, godibile ma soprattuto vario ed interessante. Ottima prova.

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martedì 10 novembre 2009

SYMBOLYC – Engraved Flesh


My Kingdom - 2009
Technical Death Metal (con riferimenti indovinate a chi?)
Da 1 a 10: Che botta! (9)
Articolo di: Michele Marinel

Oh cazzo, un album di death metal tecnico come Satana comanda!!!
Il combo napoletano dichiara fin dal suo nome il proprio amore per i Death del compianto Chuck Schuldiner dei quali Symbolic è uno dei massimi capolavori, se non IL capolavoro. Nonostante la sincera devozione i nostri però non si spiaggiano come balene su stilemi consunti, cercando invece di trovare una propria identità e dimensione.


Lo stile dei Symbolic così si piazza di diritto nell'ambito del death metal più tecnico, ma si spoglia di tanti orpelli per andare al succo della questione. Stiamo parlando di death metal? E death metal dev'essere. Feroce, cattivo, in buona parte anche diretto, mica roba da pipparoli. I riff sono articolati, ma mai cervellotici, le ritmiche serrate tendono a trascinare in avanti composizioni che marciano come un treno in corsa.
Il lavoro dei due chitarristi è davvero notevole, quadrato e massiccio quello ritmico di Sossio Aversana, assolutamente di gusto eccellente quello solista di Alessandro Mormile, capace di cesellare assoli melodici e accattivanti ma mai scontati o ruffiani.
Le vocals di Diego Laino sono acide e aggressive al punto giusto anche se forse un po' troppo monocordi in alcuni tratti, ma c'è spazio per crescere.
Il punto di forza della band partenopea comunque è la capacità di fondere in maniera del tutto omogenea la scuola death più tecnica con quella più tradizionale, riuscendo a unire parti piuttosto complesse con altre molto groovy e coinvolgenti.
Un equilibrio non facile, ma che i Symbolyc riescono a raggiungere alla perfezione, una capacit che spero non venga mai a mancargli.
Tanto di cappello.

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lunedì 2 novembre 2009

NILE - Those Whom The Gods Detest



Nuclear Blast - 2009
Death Metal (quello vero!)
Da 1 a 10: Monumentale (9)
Articolo di: Davide Pozzi

Ritorno sulle scene per gli americani Nile, realtà technical death metal fra le più stimate ed apprezzate dell’intero panorama, questo grazie a cinque dischi di valore assoluto, dove la brutalità musicale viene esaltata da una tecnica senza precedenti. Fin dagli esordi nel lontano 1998 con l’album "Amongst The Catacombs Of Nephren-Ka", i Nile hanno sbaragliato la concorrenza grazie allo sconvolgente mix di death metal ed elementi musicali mediorientali, con un songwriting pesantemente influenzato dalla storia antica in particolare quella dell’Antico Egitto.

A due anni di distanza dal notevole “Ithyphallic” esce dunque questo nuovo lavoro “Those Whom The Gods Detest”, che porta avanti in maniera costante il discorso intrapreso oramai più di dieci anni fa. Com’è logico attendersi i Nile creano, anche in quest’opera, un muro sonoro impenetrabile, dove la superba voce di Karl Sanders sbatte di continuo con tutta la cattiveria possibile. Brani come “Kafir!” (davvero eccezionale), la monumentale title-track, “Permitting the Noble Dead to Descend to the Underworld” o “The Eye of Ra” sono solo esempi della caratura elevatissima di questo nuovo lavoro e veri e propri inni technical death che mettono in luce, ancora una volta, la grandezza dei Nile, unici nel loro genere, capaci di eseguire passaggi strumentali a velocità disumana senza sacrificare per un solo istante la qualità musicale al cospetto della pura violenza. La consueta scelta di avvalersi di parti mediorientali rende ogni singolo brano mistico e pieno di fascino. Anche conoscendoli da anni, non sai mai cosa potresti ascoltare il secondo successivo; in una sola parola: superlativi!

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sabato 24 ottobre 2009

REVOCATION - Existence Is Futile


Relapse - 2009
Techno death thrash
Da 1 a 10: Tanto di cappello (8)
Articolo di: Michele Marinel

Ottima la seconda prova dei Revocation, band che fa dell'alto tasso tecnico il suo punto di forza.
Parliamo qui di un thrash metal complicato e cervellotico che si rifà alla scuola dei primi Atheist. Ritmiche serrate e riff abrasivi ma anche abbastanza diretti che sfociano in aperture dal sapore progressive o jazz, oppure si diluiscono in assoli funambolici.

Riferimenti abbastanza evidenti appaiono anche quelli ai Cynic (per le parti jazzate già citate), ai testament del periodo attorno a "Practice What Thou Preach". Se il disco si connota per la prima parte come prettamente thrash progressivamente le composizioni si sporcano anche di death metal, elemento che dona ancor più varietà al sound della band.
Impeccabile la prova dei musicisti, capacissimi di colpire dritti al volto quanto di sfoggiare momenti di alta classe ed arrangiamenti piuttosto ricercati o di svisare in aperture melodiche ma abrasive figlie dell'heavy metal più classico (ascoltatevi l'inizio di "Anthem of The Betrayed"). Pecca più evidente dell'album è invece l'approccio vocale, per la verità un po' monocorde. A parte questo però il disco si muove sempre su standard elevati e potrà sicuramente avere un posto in evidenza nella collezione di qualunque fan del genere.

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venerdì 16 ottobre 2009

BIBLE BLACK - The Black Swan Epilogue


Vic Records - 2009
Death Metal (macchiato)
Da 1 a 10: Notevole (8)

Articolo di: Martina d'Errico


Provengono dalla Svezia i Bible Black, che annoverano tra i componenti ex membri di King Diamond e Memory Garden. "The Black Swan Epilogue" rappresenta per loro l'esordio, un esordio veramente grandioso (grazie anche al fatto che, appunto, i musicisti non sono dei novellini) che fa della potenza sonora la sua forza, attraverso otto brani maestosi, diabolici, che catalizzano l'attenzione di chi ascolta senza far mai calare la tensione, la voglia di sapere cosa verrà dopo, e alla fine dei quali ci si sente soddisfatti e con le orecchie piacevolmente rinfrescate.


Certo i pezzi sono tutt'altro che carezzevoli, rifacendosi alle frange più estreme del metal, (black e death le principali referenze) ma riescono comunque a risultare tutt'altro che noiosi e dispersivi. L'album, che è uscito anche in edizione deluxe con tanto di bonus dvd, si apre con l'ottima intro "Leaving Shangri-La", seguita da "Mourning Becomes Me", canzone che già da subito mette in mostra le capacità dei Bible Black, e che ricorda un po' i Children Of Bodom nei momenti più incattiviti. Si continua poi con "I Am Legion", decisamente black, e "The Dark Engine", più influenzata dall'hard rock, dove le chitarre la fanno da padrone e sfoggiano anche dei begli assoli. Stesso discorso per "Walk Into Light", dopodichè il cd si conclude con la title track, maestosa e degna conclusione di un bel disco. Teniamoli d'occhio.

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giovedì 15 ottobre 2009

CHILDREN OF BODOM – Skeleton In The Closet


Spinefarm - 2009
Melodic Death Metal (gli Stratovarius del Death)
Da 1 a 10: Pessimismo e fastidio (4)
Articolo di: Michele Marinel


Un sacco di gruppi si sono cimentati con album di cover, basti pensare a grandi nomi come Guns'n'Roses, Metallica o Slayer o, più di recente, gli Hatebreed. I risultati non sono sempre stati esaltanti (anzi quasi mai) ma sta di fatto che la cover, in sé, è un divertente esercizio di stile oltre che un tributo ad un artista o ad un gruppo (o semplicemente ad un brano) a cui ci si sente legati. I Children Of Bodom in particolare da sempre sono una vera e propria fucina di cover, che solitamente utilizzano come B-Sides fin dai tempi del secondo album "Hatebreeder".


In effetti gran parte dei brani contenuti in questo lavoro erano già stati pubblicati come bonus tracks di album o all'interno di singoli nemmeno tanto rari, cose che quindi i più accaniti fan del gruppo già possiederanno.
Il punto più debole di questo lavoro però è sostanzialmente la qualità delle cover, non della scelta dei brani, ma bensì del loro riarrangiamento. Nulla da eccepire sulle doti tecniche della band di Alexi Lahio, ma il gusto dei finnici per la rielaborazione è piuttosto discutibile.
Stranamente le cover migliori sono quelle più fuori contesto, come "Rebel Yell" di Billy Idol, "Somebody Put Something In My Drink" (carina anche se l'originale è tutto un altro discorso) per non parlare della esilarante versione di "Oooops... I did it again!" della Spears. Quelle che lasciano più a desiderare sono invece le cover di pezzi hard rock e metal, come la sciapa versione di "Aces High" e le imbarazzanti riproposizioni di "Mass Hypnosis" dei Sepultura e di "Silent Scream" degli Slayer, affossata dalla sciagurata idea di riproporre degli assoli con le tastiere.
Insomma un album per i fan, solo per i fan e nemmeno per tutti i fan. Un'operazione per far casa? Forse, ma in ogni caso si poteva fare meglio.

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domenica 11 ottobre 2009

ARCH ENEMY – The Root Of All Evil


Century Media - 2009
Death melodico
Da 1 a 10: Operazione Amarcord (6)
Articolo di: Michele Marinel

Un'operazione tra il ruffiano e il lodevole quella effettuata da Michael Ammot e soci in questa sede con il recupero di alcuni classici della band del periodo in cui alla voce c'era Johan Liiva.

'The Root Of All Evil' prende 13 pezzi equamente distribuiti tra gli album 'Black Earth', 'Stigmata' e 'Burning Bridges'. Sicuramente la pubblicazione di questo lavoro farà sì che, finalmente, gli Arch Enemy tornino a suonare dal vivo brani storici come, 'Diva Satanica' o 'Bury Me An Angel'. Per il resto la reinterpretazione della Gossow non brilla tantissimo, Angela è un'ottima frontwoman ma Liiva era un singer decisamente migliore, con una voce più profonda e corposa. C'è anche da dire che ascoltando questi pezzi si rimpiangono i tempi in cui Michael e Christopher Ammot scrivevano ottimi brani come la sulfurea 'The Immortal', con il suo incedere alla Dark Angel, la progressiva 'Bridge Of Destiny' o la brutale 'Beast Of Man', pezzi dal grande mordente, caratteristica che latita nelle composizioni degli Arch Enemy di oggi.

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sabato 10 ottobre 2009

BEHEMOTH - Evangelion


Nuclear Blast - 2009
Death Metal (con spolverate black)
Da 1 a 10: Bella mazzata (8)
Articolo di: Michele Marinel

“Evangelion” rappresenta l'ennesimo rimaneggiamento della formula black-death adottata da Nergal e soci dopo aver abbandonato il black tout court e in particolare negli ultimi lavori.


Death metal di grande impatto, con un occhio ai “padri” Morbid Angel, l'altro alle influenze mediorientali dei Nile, ma rispetto agli ultimi due lavori la band riscopre il gusto dell'arrangiamento (perduto nel mediocre 'Demigod' e solo parzialmente recuperato nel precedente 'The Apostasy'), riuscendo a cesellare attorno ad un riffing non sempre originalissimo, atmosfere di volta in volta ferali o estremamente oscure, grazie anche al recupero di certi elementi black e velate melodie alla Dissection, nonché di parti dal sapore epico. Niente di sostanzialmente nuovo, ma un disco comunque di ottima fattura, baciato dalla bravura incontestabile del drummer Inferno la cui classe fa davvero la differenza nell'economia della musica dei Behemoth. “Evangelion” è, sostanzialmente, una riconferma della qualità della band polacca.

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GNOSTIC - Engineering The Rule


Season Of Mist - 2009
Death Metal

Da 1 a 10: (7)
Articolo di: Maurizio Mazzarella


Attivi da circa quattro anni e provenienti dagli Stati Uniti d’America, più precisamente dallo stato dell’Atlanta, gli Gnostic dopo la pubblicazione di due demo, giungono con “Engineering The Rule” al proprio debutto sul mercato discografico per l’etichetta Season Of Mist. La formazione degli Gnostic è composta da Kevin Freeman dietro al microfono, Sonny Carson (Atheist) e Chris Baker (Atheist) alle chitarre, Stephen Morley al basso e Steve Flynn (Atheist) alla batteria.


Musicalmente il progetto Gnostic, è fautore di un technical death/thrash metal, con fortissimi richiami ai Pantera dei tempi d’oro per quanto riguarda la parte degli arrangiamenti più tradizionali. Parlando del disco, nel suo genere e nel proprio complesso, “Engineering The Rule” risulta un album pregevole in fatto di produzione, anche se i singoli brani mancano in alcuni frangenti di scorrevolezza e fluidità, considerazione questa ultima che non toglie nulla alle notevoli doti tecniche dei componenti della band. Si parte con “Visceral”, song che decolla lentamente, sino ad esplodere in un vortice di rabbia e brutalità, valorizzato da egregie doti tecniche ed un dinamismo pungente quanto incisivo, “Isolate Gravity” a seguire, segue la scia del brano precedente, differenziandosi per la propria immediatezza e per un lavoro delle chitarre assolutamente eccellente, “Sleeping Ground” invece, spiazza per l’incredibile rapidità d’esecuzione e per una sezione ritmica massacrante. Proseguendo, se “Composition” denota sound ultra moderno ed all’avanguardia, la successiva “Wall Of Lies” recupera uno stile più datato e tradizionale che non offusca la natura tecnico futuristica della band, ben presente anche in “Violent Calm”, brano dai ritmi iniziali cadenzati che col passare dei secondi si assesta su toni ruvidi, solidi e particolarmente robusti, caratteristiche palpabili anche in “Life Suffering”, pezzo massiccio e versatile. Nella parte finale dell’album, “Corrosive” si adagia su atmosfere esasperate e dall’impatto molto forte senza giovare di eccessivi virtuosismi, “Mindlock” si districa tra arrangiamenti impeccabili curati anche nel più piccolo dei particolari, la conclusiva “Splinters Of Change” infine, racchiude l’essenza degli Gnostic, riassumendo nel proprio complesso i contenuti di un disco che farà assolutamente felici i fan del genere

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