lunedì 30 novembre 2009

RAISED FIST - Veil Of Ignorance

Burning Heart - 2009
Hardcore/Punk (d'assalto
)
Da 1 a 10: la legge sono loro (8)

Articolo di: cece

Siccome i Raised Fist non hanno bisogno di presentazioni mi limito a scrivere, per dover di cronaca, che questo quintetto svedese è sicuramente il gruppo europeo più rappresentativo e storico della scena hardcore mondiale e, ve l’assicuro, c’è da esserne fieri. Esperti sul campo, grazie ad un percorso che ebbe inizio nel lontano 1993, i Raised Fist, forti di un solido contratto con la connazionale Burning Heart Records, giungono oggi al settimo album innescando, per l’occasione, una vera e propria bomba Hardcore-Punk capace, una volta esplosa, di offuscare persino il loro passato (non me ne vogliano i fan più datati).
“Veil Of Ignorance” infatti è un vero e proprio assalto alla musica, duro, fiero, viscerale, potente e aggressivo.
E’ incredibile come questa band che oserei definire immortale riesca, dopo tanti anni, addirittura a rafforzarsi e ad acquisire maggiore forza e determinazione, tali da poter ingannare il tempo migliorando la loro musica e le loro prestazioni.
Le tredici canzoni di “Veil Of Ignorance” sono tutte, e ripeto tutte, delle sfuriate devastanti e micidiali a partire dal singolo iniziale “Friends & Traitors” passando per momenti più riflessivi “Wounds” e “My Last Day”, mantenendo, fino all’outro conclusiva, un livello qualitativo altissimo, con tanto di rabbia e passione a secchiate.
In un tempo in cui l’hardcore sembra aver smarrito la sua strada, i Raised Fist decidono giustamente di dargli le più chiare indicazioni dettando quella che è sicuramente la miglior guida del 2009.

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venerdì 27 novembre 2009

THE 69 EYES - Intervista Col Vampiro

Intervista a: Jyrki 69 (voce)

Di: Martina d'Errico  

I vampiri finlandesi sono tornati con un disco che torna alle loro origini rock'n'roll, mischiandole con l'esperienza gotica della band, producendo un mix letale e orecchiabile. In attesa di vederli dal vivo anche in Italia, e mentre ascoltate l'ultimo album, gustatevi questa intervista al vocalist Jyrki "69" Linnankivi.


1.Possiamo dire che con "Back In Blood" state aprendo una nuova era, dopo quella conclusasi col box set?

Precisamente! In generale il suono e il sangue rimangono gli stessi, ma c'è qualche forte influenza losangelina per farli rockeggiare di più!

2.Di quali argomenti parlate in questo album?

E' tutto riguardante i vampiri. Cos'altro c'è di interessante al mondo?

3.Da dove viene la vostra ispirazione? Che metodo utilizzate per scrivere le canzoni?

All'inizio, quando scrivevo le prime canzoni con i testi incentrati sui vampiri, mi sono accorto che ero totalmente preso da questo tema, così mi sono circondato di tutte le novità concernenti queste creature della notte - per aggiornarmi!

4.Avete appena firmato con la Nuclear Blast. Come mai avete scelto questa casa discografica e come sta andando la collaborazione?

La Nuclear Blast ha fatto uscire il nostro box set, "Goth'n'Roll", e ha fatto un grandissimo lavoro nel promuoverlo. "Promozione" è la parola chiave di questi tempi; la musica è quella che parla e dimostra le tue capacità, ma le persone hanno bisogno di sapere che tu esisti!
La Nuclear Blast ci ha rimessi in primo piano.


5.Usate molto Internet per comunicare coi vostri fans. E' utile per ricevere riscontri sul vostro lavoro e su quello che la gente ne pensa?

Onestamente cerco di evitare la rete dato che non ho il tempo che dovrei dedicarle. Immagino che dovrei aggiornare spesso il blog ma non ne ho tempo - vivo e faccio rock nel mondo reale. I fan sono sempre affamati di notizie, così come Renfield lo è di scarafaggi e mosche (naturalmente citazione da "Dracula" di Bram Stoker - nda) e facciamo del nostro meglio per tenerli aggiornati. Facciamo questo per i nostri fan, sono loro i nostri capi, ma per mantenere tutto interessante ed eccitante vogliamo sorprenderli con cose nuove ogni volta. Quindi vederli ai nostri spettacoli o comprare i nostri dischi è il modo per comunicare al livello più alto.

6.Cosa puoi dirci di un prossimo tour? Vi vedremo dal vivo?

Andremo in tour prima negli Stati Uniti, quindi in Finlandia e infine in Europa. Non vediamo l'ora di suonare dal vivo per voi, gente!

7.Jyrki, collabori ancora con l'UNICEF? Cosa stai facendo per loro al momento?

Sì, sono un Goodwill Vampire! Il prossimo impegno sarà in Novembre, visiterò l'Habbo Hotel per l'evento dell'UNICEF. Ci vediamo là!

8.I vampiri hanno sempre avuto un ruolo molto importante nella vostra musica e immagine. Cosa ne pensi di film come "Twilight" o "Lasciami Entrare"?

Mi piacciono entrambi! Rappresentano una nuova generazione di esseri con le zanne. I 69 Eyes ovviamente devono di più alla generazione di Christopher Lee e degli anni '60 e '70, ma abbiamo anche bisogno di sangue fresco, così la nuova scena è la benvenuta!

9.Dicci qualcosa sul regista e la storia del vostro nuovo video, "Dead Girls Are Easy".

Il video è stato girato dal solo e unico Bam Margera. Ha fatto il video "Lost Boys" con noi cinque anni fa, così questo è stato come un seguito. La trama è molto anni '80, rifacendosi sia ai video degli ZZ Top che a quelli di Michael Jackson - puro divertimento!
L'abbiamo girato in un weekend molto fico a West Chester (PA, USA) e le ragazze morte si sono rivelate molto belle e facili ;-)


Grazie per aver risposto alle nostre domande.
Blessed Be!


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RESURRECTURIS – Non Voglio Morire


Casket - 2009
Morte Metal
Da 1 a 10: Sa il fatto suo (8)
Articolo di: Michele Marinel

Lo ammetto, non avevo mai incontrato sulla mia strada i Reurrecturis, e leggere nelle note biografiche che questa sarebbe una delle band capostipiti del death italiano mi aveva fatto alzare un sopracciglio per la perplessità. Sarà che la scena death italiana, pur vantando band di ottima caratura, non ha mai avuto più di tanti riscontri? Chissà.

Veniamo ad ogni modo all'album. Il disco si apre come una bordata death metal d'altri tempi, di quel death metal duro e coriaceo, ma anche grasso e a tratti melodico, che ha fatto della scuola europea un capitolo a se stante rispetto ai padri americani.
Riff quadrati, veloci e senza fronzoli lasciano spazio a partiture solistiche melodiche e di buon gusto. Niente funambolici virtuosismi da primi della classe, ma di classe è quel tocco modesto eppure curato che i Resurrecturis hanno, e tante altre band no.
Sorprendono e piacciono i brani intermedi del disco che aprono a influenze diverse, alla struttura verso-growl/ritornello-pulito che rimanda al moderno metalcore (ma filtrato attraverso una sensibilità da vecchia scuola) a svisate dal sapore marcatamente thrash che riprende alcuni elementi che hanno caratterizzato il sound dei Metallica dei tempi d'oro. Un sound ruvido ma allo stesso tempo studiato, che si apre e si chiude su se stesso quasi come se respirasse, un esempio di come si possa fare death metal con gli orizzonti aperti ma senza vendersi o scopiazzare, rifacendosi a chi c'è stato prima ma mettendoci del proprio, che è quello che fa la differenza.Certo la voce di Carlo Strappa non è eccelsa, ma fa il suo degno lavoro nelle parti più aggressive mentre proprio certe imperfezioni rendono più gustose e meno scontate le parti pulite. La produzione è buona ma non stratosferica ma, secondo il modesto parere del sottoscritto, questo è un punto a favore quando si parla di metal estremo, e non il contrario.
In conclusione Non Voglio Morire è un disco maturo, godibile ma soprattuto vario ed interessante. Ottima prova.

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giovedì 26 novembre 2009

SETTLE - At Home We Are Tourists

Epitaph - 2009
Indie-Rock (Elettroshock)
Da 1 a 10: Allacciate le Cinture (6)

Articolo di: cece

Quando ci si imbatte in gruppi come i Settle, sempre in bilico fra due o più generi, sperimentali all’inverosimile e maturi sotto ogni punto di vista, non si capisce mai con chi si abbia realmente a che fare: geni incompresi o semplicemente musicisti confusi? In questo caso la risposta, tanto per confonderci ancora di più le idee, sta nel mezzo.

Con “At Home We Are Tourists”, debutto sotto Epitaph Records nonché secondo album sulla distanza dopo un anonimo disco autoprodotto, i quattro ragazzi della Pennsylvania si avviano ad una carriera fatta di sperimentazione, passione, innovazione e tanto sano Rock’n’Roll.
Comprendere un disco come “AHWAT” significa fare un salto in dietro nel tempo di una ventina d’anni circa, in quella scena underground praticamente concepita per soli nerd, che fu parte integrante storia dell’Emo di prima ondata (Q And Not U, Weezer), per poi fare subito un salto ai giorni nostri giustificando così l’uso del synth e di tutta la parte Indie-Rock (ultimi Brandtson, Franz Ferdinand).
Se è impossibile catalogare i Settle come genere è altrettanto facile attribuire loro le più svariate etichette, con loro ci si può tranquillamente sbizzarrire quindi, togliendomi una soddisfazione da critico/recensore, gli affibbio subito il mio elenco definendoli Alternative Indie-Rock/Emo-Punk/Elektro-Dance Pop e, credetemi, sono stato abbastanza sintetico.
In conclusione ritengo opportuno, vista la facilità con cui ci si può perdere durante l’ascolto dell’album, segnalare quelli che secondo me sono gli episodi più significativi, anche se il parere personale in questa occasione potrebbe indicarvi la strada più complicata: inizierei con la più “facile” ed immediata “Murder” per poi proseguire con “Affinity For My Hometown”, “I Saw An Inferno Once”, concludendo con l’elettronica “Naked At A Family Function”. Per chiunque avesse voglia di provare qualcosa di veramente alternativo consiglio invece l’intero disco “At Home We Are Tourists”, buon viaggio.

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VEHEMENT – All That's Behind


My Kingdom - 2009
Thrashone testamentario
Da 1 a 10: La vecchia scuola ha sempre ragione (7)
Articolo di: Michele Marinel

Pare che la nostrana My Kingdom si sia data una bella scossa e dopo gli ottimi Symbolic, pubblica anche i veronesi Vehement.
Il verbo sono di cui si fanno alfieri i nostri è quello del thrash metal, il cui revival non è mai stato così in voga come in questo periodo. Un'operazione ruffiana allora? No, niente affatto.

Dai solchi di questo debutto trasuda onestà e convinzione e un gusto per l'impatto violento ma ragionato figlio di lunghi ascolti di thrash del periodo a cavallo tra gli 80 e i 90. In particolare ascoltando i pezzi di questo All That's Behid tornano in mente i Testament vecchia maniera magari non quelli più funambolici ed eclettici, ma sicuramente la band di Chuck Billy è uno dei principali riferimenti dei Vehement.
La band veronese comunque riesce a delineare una propria personalità, seppur limitata dai canoni di un genere inteso nella sua maniera più tradizionale. Ottimi riff si associano a buoni assoli, sostenuti da una sezione ritmica compatta e precisa. Andrebbe invece migliorato il cantato, davvero sotto tono. Un album musicalmente ben suonato e ben concepito, in cui le partecipazioni di svariati guest sono dei cameo che impreziosiscono l'opera e non dei meri riempitivi come capita troppo spesso.
Un plauso va alle due asce, Filippo Buzzi e Davide Girardi, la cui intesa è pressochè perfetta.
In questo disco troverete tutto quello che potete aspettarvi: stop and go, rallentamenti ed improvvise accelerazioni, violente bordate ed aperture melodiche. Certo forse non tantissime sorprese, ma un sacco di buon thrash.

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mercoledì 25 novembre 2009

W.E.T. - Wet


Frontiers - 2009
AOR
Da 1 a 10: Commento (6)
Articolo di: Maurizio Mazzarella

Questi W.E.T. non sono altro che un progetto studiato del tutto a tavolino e che uscisce tre grossi artisti del calibro di Robert Sall dei Work Of Art, Erik Martensson degli Eclipse ed il noto Jeff Scott Soto meglio conosciuto per la sua militanza nei Talisman ed ancor di più per il suo passato con il mitico Malmsteen.

Essendo quindi questo un prodotto commerciale, a livello di sonorità vedendo i musicisti coinvolti, viene facile capire a cosa ci troviamo di fronte, ovvero ad un disco di puro e semplice hard rock di stampo completamente melodico e dalle tinte A.O.R., con trame scontate e facilmente prevedibili. Questo "Wet", è quindi un disco dai contenuti semplici, che gode di un buon impatto e che risulta ampiamente facile da assimilare, tanto che basta un primo ascolto per comprenderlo fino in fondo. I contentuti tecnici sono assolutamente egregi e la produzione per dischi come questo, non può che essere impeccabile, puntando su un suono pulito ed anche all'avanguardia. A livello di componimenti, le influenze sono impostate su band come Journey, Whitesnake ed anche Survivor soprattuto nella parti più commerciali. Le canzoni nel complesso sono buone e giovano della grande professionalità dei musicisti coinvolti, anche se come in ogni disco ci sono episodi che prevalgono su altri, "Wet" infatti parte bene, con le prime canzoni che si dimostrano di un livello che va ben oltre la media generale, ma successivamente si perde nella monotonia del già sentito, perché alla fine di prodotti come questi in giro ce ne sono un'eternità e fondamentalmente i W.E.T. non scoprono nulla di nuovo. Disco quindi consigliato esclusivamante ai fruitori di queste sonorità.

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martedì 24 novembre 2009

RUSSIAN CIRCLES - Geneva

Suicide Squeeze - 2009
Post-rock, Post-metal, Progressive
Da 1 a 10: (7)
Articolo di: Enrico De Domeneghi

Signori, siamo seri. Affacciarsi a questi suoni comporta oggi un grosso rischio. Il post-metal -e rimaniamo il più larghi possibile sulla definizione-, rasenta ormai la saturazione, e il pericolo 'Formula', l'omologazione dilagante, sono dietro l'angolo. Nel panorama attuale le proposte di una certa rilevanza stanno rivestendo un ruolo sempre minore -vedi gli ultimi Callisto- e questo è ovvio indice di un genere musicale prossimo alla stagnazione. Quando anche le band apristrada si inzaccherano è facile notare come ogni schizzo prodotto non sia altro che lo stesso fango sotto altro nome. Le 'nuove band'. Il solito vecchio fango.

Al lato opposto, quello di chi sa ancora farsi notare, ci sono tra gli altri i Russian Circles. Cugini dei Pelican non solo geograficamente (entrambe le band sono di stanza a Chicago, nda), anche i nostri puntano tutto sulle lunghe progressioni strumentali, tenendo comunque alta la bandiera della ricerca sonora. Le tinte offerte in 'Geneva' sono piuttosto varie, a cavallo tra due coordinate più o meno riconoscibili: quella più post-core di Isis e Cult Of Luna, l'altra vicina al post rock più attuale, quello di Explosion In The Sky, Mogwai e God Is An Austronaut. I tre, che annoverano tra le fila certo Brian Cook, un ex-Botch, hanno aperto ai Tool nel tour inglese di due anni fa, e arrivano da una buona gavetta nel sottobosco afono di Chicago. Anche i Dakota/Dakota, infatti, band in cui militavano precedentemente Mike Sullivan e David Turncrantz, erano un collettivo fieramente privo di voce.
Reduci dal buon 'Enter', la band dell'Illinois dimostra buona scrittura e profondità espressiva, mettendo assieme una scaletta dinamica e intelligente, che fa leva su elementi consolidati nel genere (intrecci d' archi, crescendo-nda), quanto su una personalità ben marcata. Chitarre in tapping e inserti di fiati sono cose che non ti aspetteresti dai Russian Circles, almeno non dopo essere passato per brani come 'Philos' o 'Melee', forse le due migliori prove per il lato più atmosferico ed introspettivo del gruppo. Molto bello il rallentamento ai 3 minuti e mezzo del secondo brano, con un potente riff archi-chitarre a guidare che riporta alla mente i Sigur Rós. E' però la sezione ritmica a farla da padrone in altri pezzi, con un basso potente dagli ottimi suoni e una batterria che spesso perde il ruolo di strumento di accompagnamento per assumere la centralità del brano. Da 'Malko', ad esempio, esce tutta la ruvidezza dell'influenza sludge a stelle e striscie, la stessa che si respira a livello di suoni tesi e sotterranei nell'opener 'Fathom'.

Il fatto è che all'ascoltatore viene in realtà chiesto di comprendere la prospettiva complessiva del tessuto sonoro di 'Geneva' che parte ma non finisce nei singoli mood che i musicisti attraversano. Per poterne intravedere la filigrana, l'unità nel composito e viceversa, come in un Mandhala buddhista. E forse quello che più colpisce è che, pur privi di vocals e consci di aver scelto a priori la via dell'incomunicabilità, i Russian Circles creano comunque sostanza e contenuti. Il linguaggio sarà traducibile solo da una prospettiva soggettiva, certo, sarà limitato al punto di vista dell''io-che-ascolta', ma quello che si gusta nel limbo atemporale che il disco crea è sicuramente nitido e convincente.

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