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lunedì 12 luglio 2010

VENTANA - American Survival Guide Vol.1

Filthy Hands Inc. - 2010

Nu-Metal (i nuovi Slipknot?)
Da 1 a 10: Buono (7)
Articolo di: Martina d'Errico



Ascoltando il disco dei Ventana la parola che più ricorreva nella mia testa era solo una, il nome di un altro gruppo: Slipknot. Approdata poi al Myspace del gruppo ho trovato conferma nel vedere le foto dei componenti con indosso tute e maschere antigas.

Sono rimasta stupita dal fatto che i Ventana non temano di essere bollati come poco originali o addirittura scambiati, ad un'occhiata veloce, per un tributo della band di Des Moines.
Comunque ci pensa la musica a parlare, e parla decisamente bene. Certo, come avrete ormai capito l'originalità non è il loro punto forte, ma quel che fanno lo fanno bene. Seppur sul loro sito indichino l'industrial come genere suonato li trovo più riconducibili all'ondata nu-metal (anche se un po' in ritardo coi tempi), in particolare a quella dei 9 (ormai 8, purtroppo) mascherati. Anche la voce del cantate ricalca in maniera impressionante quella di Corey Taylor e la struttura delle canzoni, il loro essere melodiche e rabbiose allo stesso tempo le collega direttamente a "Vol.3", come se "American Survival Guide" fosse una versione diversa dlo stesso o gli Slipknot avessero deciso di proseguire quel discorso musicale. Ora che questi ultimi sembrano decisi allo scioglimento dopo la grave perdita di Paul Gray, i Ventana possono candidarsi al trono da loro lasciato vuoto, ma forse se le cose non stessero così non sarebbero mai riusciti ad ottere un po' di attenzione. Una nota particolare la voglio dedicare alla cover "Cry Little Sister", colonna sonora del film "Lost Boys", riletta magnificamente in chiave industrial.


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lunedì 12 aprile 2010

HALLOWS EVE - The Neverending Sleep

Metal Blade - 2008
Thrash Metal (old - school)
Da 1 a 10: Ottimo (8)
Articolo di: Davide Pozzi



“The Neverending Sleep” segna il ritorno sulle scene degli americani Hallows Eve, thrasher vecchio stampo autori di un classico thrash metal per l’appunto, suonato ed interpretato con grande sapienza, godibile specialmente nelle serate caratterizzate da un alto tasso alcolico; che per quello che mi riguarda, si traduce in una sera sì e quella dopo pure.

Attivi dal lontano 1983, la band di Atlanta ha confezionato in carriera solo cinque full-length (compreso quest’ultimo lavoro) più diverse raccolte e apparizioni su svariate compilation. Non si possono certo definire una delle band più prolifiche della storia, ma ascoltando questo nuovo lavoro mi viene da aggiungere un bel peccato che non sia il contrario, vista la bravura evidenziata brano dopo brano tradotta in grandi doti tecniche ed eccellenti qualità compositive, senza contare poi un’attitudine al genere davvero notevole. Brani come la title-track, “Dance Of The Dead”, “72 Virgins”, “Doors Of Misery”, “The Sun Must Die” sono esempi di quanto detto pocanzi e fanno venire letteralmente l’acquolina in bocca se si pensa alla resa in sede live. La grande facilità con la quale gli Hallows Eve sfornano brani fatti su misura per un headbanging forsennato li rende praticamente irresistibili fin dal primo ascolto, il sound è fottutamente heavy (nel senso di pesante) e maledettamente anni 80; per la serie alziamo un bel dito medio al tempo che passa e alle mode frocio-metal che intasano il mercato.

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domenica 21 marzo 2010

DARK TRANQUILLITY - We Are The Void

Century Media - 2010
Melodic Death Metal (100%)
Da 1 a 10: Impeccabile (7)
Articolo di: Davide Pozzi



Tornano a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro gli svedesi Dark Tranquillity, da sempre, insieme ai fratellastri In Flames, band di riferimento per il genere melodic death metal. Non c’è dubbio che la band di Mikael Stanne in questi anni sia rimasta maggiormente fedele alle proprie radici dimostrando una coerenza musicale che spesso è mancata alla band di Friden, troppo spesso impegnata a rinnovarsi, fallendo puntualmente il colpo.

Così in questo nuovo “We Are The Void” troviamo le medesime caratteristiche che tutti noi ci siamo abituati a scoprire in un nuovo disco dei Dark Tranquillity: grande forza nei suoni, aggressività e melodia che si intrecciano perfettamente, passaggi strumentali e vocali di grande impatto. La capacità della band svedese, attiva da oramai venti anni, di proporre ancora oggi brani efficaci e ricchi di phatos è una qualità unica che ha sempre contraddistinto i DT e che emerge in maniera lampante disco dopo disco. “Shadow In Our Blood”, “Dream Oblivion”, la bellissima “At The Point Of Ignition” sono solo esempi di quanto appena detto e antipasti per quello che riserva “We Are The Void”. Dal punto di vista esclusivamente musicale, questo nuovo lavoro segue le impronte lasciate dal precedente “Fiction”, di conseguenza la componente melodica è sempre più evidente, al cospetto di quell’aggressività che la faceva da padrone specialmente nei primi lavori. Disamine tecniche a parte non resta molto da dire su questo “We Are The Void” ennesimo ottimo lavoro, per una band che non fallisce mai il colpo. Che cosa possano ancora offrire i Dark Tranquillity in futuro più di quanto fatto fin qui è davvero difficile da capire, oggi ci resta l’ennesimo grande capitolo di un’avventura tanto lunga quanto indimenticabile.

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lunedì 1 marzo 2010

SCHIZO - Hallucination Cramps


Scarlet Records - 2010
Thrash Metal (violenza allo stato puro)
Da 1 a 10: Disco Assassino! (8)
Articolo di: Davide Pozzi


Dopo un silenzio durato quasi vent’anni, nel 2007 i siciliani Schizo irruppero nel mercato mondiale con quella macchina da guerra dal nome “Cicatriz Black”. L’impatto fu devastante, vuoi per l’attesa spasmodica che si era creata attorno e vuoi per le immense qualità di una delle migliori band che si siano mai viste nel nostro paese, quel disco risultò uno dei più spietati e riusciti dell’anno. Oggi a distanza di tre anni esce il nuovo capitolo della band siciliana intitolato “Hallucination Cramps”.

Dopo una breve intro “Psycho Limbs Cut Apart” ha l’onere di aprire le danze, anzi il massacro. La pesantezza dei suoni della band italiana è impressionante, fin dalle prime battute riff veloci e immediati quanto un infarto fanno presagire che nessuno di noi arriverà vivo alla fine di questo nuovo lavoro. La qualità e la classe della band è come sempre altissima, pezzi come “Ward Of Genocide”, “Deviata Sevitia”, “Isolution” la bellissima “Absent” o la strepitosa “Mind K”, sono veri e propri inni alla violenza musicale, costruiti ed interpretati in maniera impeccabile, dove batteria, chitarra, basso e voce si fondono insieme creando un muro sonoro impenetrabile. Il micidiale sound thrash/death metal che ha sempre contraddistinto la band siciliana fin dal pazzesco debut-album “Main Frame Collapse” datato 1989 è oggi come allora sempre attuale e di grande impatto. La qualità dei suoni logicamente è meno “sporca” di quella di vent’anni fa, ma questo non intacca minimamente la sorprendente riuscita di pezzi che rabbiosamente si scagliano contro il tempo e le mode del cazzo che si sono avvicendate negli ultimi anni; ribadendo il concetto che per ascoltare musica di questo livello in Italia devi passare ancora da loro. Disco assassino.

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giovedì 18 febbraio 2010

THROWDOWN - Deathless

Nuclear Blast - 2010
Groove Metal (copia e incolla Pantera)
Da 1 a 10: Indecisi sul da farsi (6)
Articolo di: Davide Pozzi



Tornano con un nuovo lavoro dal nome “Deathless” gli americani Throwdown, band groove metal, nata nel 1997 e fortemente devota al sound dei grandissimi Pantera, tanto da essere definiti da molti una vera e propria band clone, purtroppo per noi e soprattutto per loro senza nemmeno un decimo del talento della celebre band citata pocanzi.

Non c’è dubbio che i Throwdown nel corso della loro carriera non abbiamo mai fatto segreto di questa loro venerazione per i CFH, cosa per altro ampiamente dimostrata in album come “Vendetta” o “Venom & Tears”, riuscendo anche simpaticamente a conquistare diversi estimatori specialmente nella madre patria. “Deathless” sesto studio album si presenta dunque con queste caratteristiche, soprattutto per merito dei riff di chitarra creati da Mark Choiniere, che per fattura e pesantezza dei suoni, suonano proprio come un omaggio al grande Dime. La componente che diversifica l’intera opera rispetto ai lavori passati è un notevole abuso della melodia, specialmente per quello che riguarda la parte vocale, che vede il singer Dave Peters cimentarsi non poco in ritornelli parecchio melodici e sotto ritmo rispetto a quanto siamo stati abituati ad ascoltare dalla band americana. Sostanzialmente questo cambio può essere letto come una precisa scelta stilistica fatta apposta per dimostrare al mondo che i Throwdown hanno qual minimo di personalità che contraddistingue una band vera da una cover-band qualunque; il brano “Widowed” può essere preso benissimo come esempio per quanto appena detto. Questo cambiamento, a un certo punto della loro carriera, era anche logico aspettarselo, la cosa che lascia perplessi semmai, sono quei brani come “Headed South”, “Skeleton Vanguard” o “Pyre & Procession” ancora pesantemente influenzati da tutte le vecchie passioni, evidentemente dure a morire. A questo punto è lecito domandarsi cosa i Throwdown vogliano essere nel panorama metal mondiale: una band o una cover band? Risolto questo inconveniente, tutto sarà possibile.

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mercoledì 17 febbraio 2010

RISE AND FALL - Our Circle Is Vicious

Deathwish Inc. - 2009

Post-hardcore, Hardcore (no coloured-black fringe allowed)
Da 1 a 10: Solidi (6/7)
Articolo di: Enrico De Domeneghi



Arriva dalla sezione staccata belga di casa Deathwish questo Our Circle Is Vicious, discreta quarta prova dei Rise and Fall. Quarta che suona in realtà come prima ufficiale per il livello di visibilità e fama che la band ha saputo guadagnarsi accompagnando in Europa le migliori realtà hardcore venute ad urlare qui da oltreoceano. E dalle quali, se vogliamo, hanno anche preso ispirazione.

Post-hardcore apocalittico figlio di casa Deathwish quant'è vero il suo nome e tirate marchio registrato Converge quasi sempre ben rilette. Della categoria uno fanno parte 'To The Botton' e subito dopo 'In Circles', pezzo scarno e fondato su un basso semplice e convincente. 'Knowing' conclude il lavoro sugli stessi temi, con delle chitarre ben fatte che marchiano forse il miglior momento del disco. Ma in mezzo si passa per tirate alla Disfear e momenti più hardcore in senso stretto, vedi 'Harm's way' e 'Built On Graves', pezzi che danno respiro ad un materiale complessivamnte curato (prodottodakurtballou funziona come aggettivo? -nda), ma sicuramente più difficile da approcciare. Promossi per il bel formato del digipack, rimandati per l'artwork di un Bannon che si impegna nella grafica esterna (un'interessante cosa morta tipo pesce con le radici, -nda), ma non fa altrettanto per il teschio enorme interno, molto più scontato.


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lunedì 8 febbraio 2010

OVERKILL - Ironbound

Nuclear Blast - 2010
Thrash Metal (Old School)
Da 1 a 10: Capolavoro (10)
Articolo di: Davide Pozzi



Signore e signori “Ironbound” il disco dell’anno! Lo so come premessa potrebbe risultare leggermente eccessiva e azzardata, questo però solo se a giudicare è chi ancora non ha avuto il piacere d’ascoltare la nuova prodezza musicale di Bobby Ellsworth e soci. A distanza di tre anni dall’ottimo “Immortalis” tornano gli americani Overkill e lo fanno alla grande, sfornando un disco immenso, praticamente impossibile da evitare.

Fin dalle prime note della superlativa traccia d’apertura “The Green And Black” s’intuisce lo stato di grazia assoluto nel quale si trova la band statunitense; un inizio lento, quasi sussurrato, lascia spazio ad una cavalcata lunga ben otto minuti di puro thrash metal, dove le chitarre di Linsk e Tailer diventano le assolute protagoniste sfornando riff e assoli a più non posso. Il brano che segue è la title-track, un pezzo capolavoro che ci prende per mano e ci porta indietro di vent’anni, una sfuriata thrash metal come non se ne sentivano da anni, impreziosita da un assolo da brividi. “Bring Me The Night” ha l’arduo compito di venire dopo due monumenti musicali come quelli appena citati; il pezzo è tiratissimo e fa venire la bava alla bocca al solo pensiero di quello che nascerà sotto i colpi del suddetto pezzo in sede live. “The Goal Is Your Soul”, attraverso i suoi quasi sette minuti, torna a mostrarci le incredibili qualità tecniche di Bobby “Blitz” e soci; mente le successive “Give A Little” e “Endless War” tornano a martellare come se niente fosse e a questo punto la mia testa si è già staccata dal collo! Un delizioso arpeggio introduce “The Head And The Heart”, brano incredibile impreziosito da continui cambi di tempo e caratterizzato ancora una volta da una prestazione vocale eccezionale per opera di Mr. Ellsworth. “In Vain” e “Killing For A Living” parlano lo stesso linguaggio di “Bring Me The Night”, mentre “The SRC”, ha il compito di chiudere il disco, ovviamente nella maniera più aggressiva possibile, sbattendo in faccia a chi ascolta fino all’ultimo istante una serie di assoli, riff e passaggi di batteria da infarto.
Raramente snocciolo in una recensione brano dopo brano, anzi a memoria non ricordo nemmeno di averlo mai fatto, ma la qualità di “Ironbound” è talmente alta che non potevo farne a meno; in un colpo solo disintegra le ultime uscite di Metallica, Megadeth e Slayer, oramai anni luce dal produrre simili dischi. Sfido chiunque a fare meglio.

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mercoledì 3 febbraio 2010

MUSTASCH - Mustasch

Nuclear Blast - 2010
Hard Rock (america style)
Da 1 a 10: Stupendo! (8)
Articolo di: Davide Pozzi



Quinto album per gli svedesi Mustasch, spassosa hard rock band attiva da più di sette anni partorita dalla mente del singer-chitarrista Ralf Gyllenhammar. In patria sono dei veri e propri eroi musicali, nel resto del mondo sono meno conosciuti, ma la loro proposta musicale è di altissimo livello e questo nuovo lavoro omonimo lo dimostra appieno.

Nonostante la separazione da Hannes Hansson e Mats Hansson che facevano parte della band fin dagli esordi, il leader Ralf Gyllenhammar, mette insieme in questo nuovo lavoro un lotto di brani dall’appeal irresistibile, carichi di quell’energia che solo l’hard rock sa trasmettere. Energia dunque sempre presente come nel caso di brani quali ”Heresy Blasphemy”, “Damn It's Dark”, “The Man, The Myth, The Wreck”, ma anche malinconia come nella bellissima traccia “I’m frustrated”, quasi mi mettevo a piangere! Parlavo all’inizio di questa recensione di altissimo livello musicale, ed è proprio questo il profilo dei Mustasch; raramente mi sono trovato al cospetto di un disco così carico di passione, il resto lo fanno le qualità tecniche della band e la superlativa voce di un Ralf Gyllenhammar, ispirato quanto mai e totalmente libero di dare sfogo a tutte sue inclinazioni musicali. Decisamente il suo lavoro più personale e a mio modesto parere anche il più riuscito; la recente firma con conseguente passaggio sotto l’ala della Nuclear Blast potrebbe portare alla band quella notorietà più che meritata. Da comprare a scatola chiusa, vi sorprenderà al primo ascolto.

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martedì 2 febbraio 2010

MNEMIC - Sons Of The System


Nuclear Blast - 2010
Industrial (cover band dei Fear Factory)
Da 1 a 10: Passo indietro (5)
Articolo di: Davide Pozzi

A distanza di tre anni dal precedente e molto convincente “Passenger” tornano i danesi Mnemic con un nuovo lavoro dal nome ”Sons Of The System”. Nati nel 1998 come una band industrial fortemente influenzata dai Fear Factory post “Demanufacture”, nel corso degli anni, specialmente dopo l’ingresso del singer Guillaume Bideau, la band ha inserito una forte componente melodica, senza comunque mai perdere quell’aggressività che li ha sempre contraddistinti sino ad oggi.

Fin dalle prime note della title-track capiamo che il discorso intrapreso con l’album “Passenger” viene ripreso pari pari e riproposto in questo nuovo capitolo senza grandi sconvolgimenti. Di conseguenza per chi conosce i danesi, o perlomeno per quelli che hanno avuto l’occasione di ascoltare il capitolo precedente, è facile intuire quali siano le caratteristiche presenti in “Sons Of The System”. Così come in passato, la ricetta che prevede sfuriate quasi thrash (sottolineo il quasi), intervallate con momenti melodici, mai troppo scontati ma nemmeno mai così convincenti come fu per “Passenger”, è presente dall’inizio fino alla fine. E’ piuttosto fastidioso continuare a prendere il disco precedente come esempio, ma le somiglianze sono davvero incredibili, sembra quasi di trovarsi al cospetto di brani rimasti fuori tre anni fa e riproposti oggi. Nulla da eccepire su quello che concerne suoni e produzione, ma di questi tempi sembra pure una barzelletta dirlo. L’ultima volta mi erano davvero piaciuti, adesso proprio no.

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venerdì 29 gennaio 2010

BACKYARD BABIES - Them XX



Nuclear Blast - 2009
Hard Rock (rock+punk+glam)
Da 1 a 10: Per fan accaniti (7)
Articolo di: Davide Pozzi

Prima o poi per tutte le band arriva il momento di fare il punto della situazione su quanto fatto, sedersi un attimo e prendere coscienza che sono passati decenni da quando si è incominciato a vivere di musica. Spesso da questi momenti vengono fuori succulenti box che fanno l’allegria dei collezionisti e dei vari fan sparsi in ogni dove. Them XX dei Backyard Babies viene fuori proprio così, per festeggiare venti anni di gloriosa carriera, venti lunghi anni passati ad incendiare i palcoscenici di mezzo mondo attraverso quel sound irresistibile a cavallo fra il punk e l’hard rock, che ha sempre caratterizzato la band svedese.

Them XX è davvero ricco di materiale, al suo interno difatti troviamo tre dischi: nel primo c’è una raccolta di brani, una sorta di best of, abbastanza discutibile a dire il vero ma che comunque ripercorre in maniera equa la carriera della band, una specie di antipasto. Negli altri due cd, i Backyard Babies mettono insieme una serie cover, pezzi live, b-sides e remix vari. Oltre ai tre dischi appena citati, troviamo l’immancabile DVD contenente tutti i videoclip della band fatti fino ad ora e il documentario Jetlag. Ad arricchire ulteriormente il cofanetto c’è un interessante booklet di 120 pagine (la vera chicca di Them XX) contenente svariate fotografie che ripercorrono la storia della band dagli inizi della carriera fino ai giorni nostri. Ritenere certe uscite solo delle operazioni commerciali, fatte apposta per spillare soldi dalle tasche dei fan, è del tutto inutile; potrebbe essere anche vero, ma dopo tutto quando si è seguaci sostenitori di una band, si aspettano anche questi momenti. Se amate i Backyard Babies correte a farlo vostro.

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mercoledì 27 gennaio 2010

NODE - In The End Everything Is A Gag



Scarlet Records - 2010
Death Metal (100%Hate!)
Da 1 a 10: 100%Hate! (10)
Articolo di: Davide Pozzi

L’anno non poteva iniziare in maniera più violenta ed incazzata di così. L’ennesima fatica dei milanesi Node inaugura questo 2010 con la stessa forza di un fottuto tsunami, travolgendo senza alcuna pietà qualsiasi cosa. Il consueto sound death metal, marchio di fabbrica della band da più di 15 anni, raggiunge in questo nuovo lavoro un livello qualitativo altissimo, unendo come sempre con grande maestria una tecnica invidiabile con un’aggressività spaventosa.

Fin dalla traccia d’apertura “100% Hate” s’intuiscono le intenzioni bellicose dei Node, una mitragliata letale che fa da preludio al massacro musicale che si esalta attraverso brani pazzeschi come: “The White Is Burning”, “When I Believed In God”, “This Ocean”, “Mia Follow Me Down” o la spettacolare “In Death You Live”; per un totale di 9 pezzi più la cover (davvero ben fatta) di “Rebel Yell” di Billy Idol. La crescita della band milanese ha davvero dell’incredibile, anche in questo nuovo “In The End Everything Is A Gag“ è riuscita a fare un balzo in avanti notevole da qualsiasi lato la si voglia vedere, una costante nella carriera della band italiana, che album dopo album e show dopo show è riuscita a farsi apprezzare dagli amanti del genere per mezzo di un sound death/thrash schietto e diretto quanto mai. Non sapremo mai se i ragazzi avranno in questo benedetto paese la giusta attenzione che meritano, probabilmente se sulla loro bio ci fosse scritto provenienza USA, saremmo qui a tessere lodi infinite, ma la storia è arcinota e francamente ci siamo rotti di ripeterla all’infinito; per fortuna che a noi resta quello che più conta, la loro ottima musica. Per quello che mi riguarda “In The End Everything Is A Gag“ è già nella mia top del 2010, visto che siamo solo a gennaio vi ho già detto tutto. Pazzesco!

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mercoledì 20 gennaio 2010

DOOMRIDERS - Darkness Come Alive

Deathwish - 2009
Sludge, Death'n'roll, Hardcore
Da 1 a 10: This is Boston, not L.A.! (7,5)
Articolo di: Enrico De Domeneghi

Il secondo side-project di Nate Newton, oltre agli Old Man Gloom, è uno tra i pochi per cui un moniker differente da quello della band principale è gustificato. Leggi 'suono altre cose perchè mi piacciono davvero e non sfrutto il mio nome solo per guadagnarne in visibilità'. Che sia lui il perno dei Doomriders è poco ma sicuro -qui infatti lo troviamo alla chitarra e alla voce-, eppure nessuno dei 17 brani del disco potrebbe davvero essere inscritto nel suono Converge.

Parte diretto e scarno questo 'Darkness Come Alive', con due pezzi dall'attitudine rock'n'roll/sludge già testata nel buon album precente. Ma se in 'Black Thunders' le misure dovevano ancora essere prese del tutto, e Newton sperimentava anche delle vocals in pulito che forse non hanno mai davvero convinto, ecco che al secondo capitolo lo ritroviamo padrone di uno screaming molto più maturo, intervallato da una voce roca che ricorda quella di Chuck Ragan degli Hot Water Music. I testi, visionari, apocalittici e rabbiosi nei pezzi più tirati, si amalgamano bene ai vari frangenti di un disco molto curato nei dettagli, con tanto di vari intramezzi-raccordo tra i brani. I momenti migliori sono sicuramente nella parte centrale, dove spiccano 'Come Alive', 'Crooked Path', e la pesantissima 'Blood Avenger'. 'Bloodsuckers' da una scossa finale, brano veloce e robusto che ricorda i cugini Coliseum. Altri riferimenti a livello di suono potrebbero essere, in ordine sparso: Neurosis, Entombed, Baroness, l'heavy metal alla Maiden come il southern-core degli Every Time I Die. Il tutto condensato dalla sempre ottima produzione di Kurt Ballou, che come al solito riesce a dare profonda tridimensionalità ad un materiale già di per sè molto buono.

Approcciare un album Deathwish, comunque, significa dover affrontare un problema su vari fronti: musica, grafica, testi, persino i suoni scelti sono elementi funzionali. Voglio dire, certe cose Deathwish devono essere sporche e se così non fosse, tutto un intero sistema di significati verrebbe a cadere. Più che per ogni altra etichetta, qui si avverte l' importanza di un discorso continuo, fluido, di una comunicazione che sfrutta al massimo tutti i supporti possibili per farsi strada. E 'Darkness Come Alive' non fa eccezione. L'artwork sfrutta immagini ricorrenti: l'occhio, il triangolo che spesso lo iscrive, la figura umana scarnificata che non è semplicemente un teschio. E' un teschio a cui Thomas Hooper, l'autore della grafica principale, ha messo le rughe. E' 'teschio' come risultato di quanto narrato dal disco. Le lyrics (queste si, se vogliamo, sono congruenti ai temi cari ai Converge, 'phoenix' su tutto) esplorano il processo di raggiungimento di una catarsi che si guadagna da soli, sputando sangue e ritentando allo sfinimento. E' un teschio consumato, quindi, che ha visto molto e che si è trasformato per volontà propria, un teschio che non è mai stato così lontano dalla tamarraggine intrinsecamente legata a questo simbolo nel comune immaginario rock.

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venerdì 11 dicembre 2009

GAMA BOMB - Tales From The Grave In Space



Earache Records - 2009
Thrash Metal (il solo ed unico)
Da 1 a 10: Thrash'em All!!!! (10)
Articolo di: Davide Pozzi

Grande ritorno degli irlandesi Gama Bomb, probabilmente (anzi levate pure il probabilmente), la migliore nuova realtà thrash metal (quello vero) in circolazione. Giunti al terzo album ufficiale in poco più di sette anni di vita, la band irlandese ha saputo dimostrare attraverso tre dischi ed un’incessante attività live un’attitudine al genere proposto unica nel panorama odierno.

Prelevati direttamente dagli anni ’80 e trapiantati ai giorni nostri per ricordarci come si suona musica metal, i Gama Bomb confezionano l’ennesima prodezza musicale, caratterizzata dall’inconfondibile velocità, freschezza ed energia che sprizza da ogni loro singolo brano. “Tales From The Grave In Space” altro non è che un magnifico inno al thrash metal old school, scuola Exodus, di quello che fa muovere il capoccione di ogni vero metallaro su e giù per una trentina di minuti. Pieno zeppo di riff e assoli immediati quanto mai, come da tradizione, eseguiti magistralmente da Domo Dixon e Luke Graham, è a tratti sconcertante la disinvoltura con la quale la band confeziona pezzi assolutamente irresistibili e di grande qualità; dove spiccano oltre i già citati chitarristi il drummer Paul Caffrey, il bassista Joe McGuigan e la superlativa voce del singer Philly Byrne. Dopo il bellissimo “Citizen Brain” del 2008, “Tales From The Grave In Space” segna in maniera ancora più indelebile il nome della band irlandese sul taccuino di ogni estimatore del genere thrash metal e non solo. Per quello che mi riguarda, un lavoro assolutamente imperdibile, fra l’altro l’intero album è scaricabile gratuitamente. Thrash’em all!

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EVILE - Infected Nations



Earache Records - 2009
Thrash Metal (old-school)
Da 1 a 10: Passo indietro (6)
Articolo di: Davide Pozzi

Due anni dopo l’uscita del debut-album “Enter The Grave”, tornano i thrasher Evile con un nuovo lavoro dal titolo “Infected Nations”. Considerati da molti come una delle più promettenti nuove realtà in ambito thrash metal, la band inglese grazie ad un’intensa attività live che li ha visti calcare i palchi di mezza Europa al fianco di mostri del calibro di Exodus, Megadeth e Amon Amarth ha confermato tutte le aspettative che erano venute a galla dopo l’ottimo debutto.

Da sempre debitori verso il più puro e diretto dei thrash metal, scuola Slayer ed Exodus tanto per intenderci; in questo nuovo lavoro gli Evile pur mantenendo intatte le loro caratteristiche cambiano approccio, abbandonando quasi del tutto l’immediatezza e la sfrontatezza che aveva caratterizzato il primo disco, per proporre brani meno veloci e più ragionati: “Now Demolition”, “Nosophoros”, “Genocide” e in generale ogni pezzo di “Infected Nations” suona in maniera diversa. Pur essendo passati solo due anni dal precedente capitolo, sembra quasi d’ascoltare un’altra band, completamente impegnata con la ricerca del proprio stile. E’ innegabile che questa scelta, se pur logica e sinonimo di personalità, va a pesare sulla totalità del disco, che risulta abbastanza sottotono e debitore di svariati ascolti per essere apprezzato del tutto, senza mai suonare esaltante come il suo predecessore nemmeno per un istante. Precisato ciò, per chi scrive, la band inglese rimane pur sempre, per qualità tecniche (la traccia strumentale “Hundred Wrathful Deities” ne è una prova) e per quello che potrebbe fare in futuro, una delle più interessanti realtà in ambito thrash metal. Diamogli un’altra occasione.

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giovedì 3 dicembre 2009

DETHKLOK - Dethalbum II



Williams Street Records - 2009
Death Metal (virtuale mica vero)
Da 1 a 10: quando arriverà la scritta game over? (5)
Articolo di: Davide Pozzi

Secondo capitolo per il progetto virtuale Dethklok. Giochino nato diversi anni fa dalla mente di Brendon Small e Tommy Blacha. Se qualcuno di voi non conoscesse la storia che tanto è piaciuta negli States (esiste qualcosa che non piaccia agli americani?) vi rimando alla aggiornatissima e completissima pagina di wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Dethklok dove si spiega il progetto e la storia dei singoli personaggi (membri della band) che fanno parte dei Dethklok.

Dal punto di vista musicale, che poi è quello che interessa a noi, Brendon Small ci offre il più classico dei death metal. Così com’era accaduto nel capitolo precedente, i brani proposti, ben dodici, risultano abbastanza scontati e spesso simili l’uno all’altro, il che rende questa band virtuale da un lato dannatamente umana (in quante occasioni ci siamo trovati a parlare di band che presentano brani fatti con lo stampino) dall’altro abbastanza noiosa, specialmente perché mantenere alta l’attenzione fino alla fine del disco è davvero un’impresa ardua. E’ piuttosto lampante che tutto quello che sta dietro al progetto di MR. Small è più importante e più curato della parte musicale; che non a caso è divenuto famoso più per il fatto di essere il creatore di una band virtuale che per il sound che propone. Ovviamente i Deathklok vanno presi come un gioco e come tale vanno trattati, finita la voglia di giocare si spegne e si passa ad altro, che poi è proprio quello che farò io immediatamente e che consiglio di fare anche a voi.

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LIQUID GRAVEYARD - On Evil Days



My Kingdom Music - 2009
Metal? (Ancora non sono riuscito a capirlo)
Da 1 a 10: poco convincente (5)
Articolo di: Davide Pozzi

Dici John Walker e subito gli appassionati death metal balzeranno dalla sedia in preda a spasimi e ansiosi di sapere quali nuove perle death metal il noto ex chitarrista/cantante dei Cancer abbia confezionato. Dici John Walker e tutti quelli che di death metal ne masticano poco o per niente ti diranno “Chi cazzo è questo tizio?”. Ebbene per mettere le cose in chiaro fin da subito, vi dico che stiamo parlando, come anticipato poche righe fa, dell’ex chitarrista/cantante della death band britannica Cancer, che tanta rabbia musicale partorirono negli anni novanta, tanto da meritarsi la stima e il sostegno di moltissimi estimatori del genere sopra citato.

Sciolti i Cancer definitivamente nel 2006, mr. Walker mette in piedi i Liquid Graveyard, band di difficile collocazione, a cavallo fra il progressive metal, il death e persino qualcosa di gothic; insomma niente di più lontano da quanto fatto sentire in passato. Fin dalle primissime battute si percepisce la grande voglia di John Walker nello sperimentare ed esplorare territori mai neppure immaginati; è così che fra duetti vocali, melodie varie e riff abbastanza inusuali, per il protagonista che li sforna, prende forma il sound dei Liquid Graveyard. Non nego un notevole stupore misto a sconcerto che si prova durante l’ascolto di questo “On Evil Days” e detto sinceramente lungo i cinquanta interminabili minuti nei quali si districa quest’album non sono mancati gli sbadigli e diverse imprecazioni, specialmente in certi passaggi vocali troppo gothic per essere veri. Probabilmente qualcuno (forse si era capito ma non sono fra questi) potrà anche apprezzare il cambio di stile di John Walker; evidentemente si è dimenticato o non conosce per nulla quello che il chitarrista ha fatto nei grandi Cancer.

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martedì 3 novembre 2009

TARDIVE DYSKINESIA - The Sea Of See Through Skins

Coroner Records - 2009
Math-metal
Da 1 a 10: dov'è che vanno le H in 'Meshuggah'? (7)
Articolo di: Enrico De Domeneghi

Facile. I Tardive Dyskinesia, solida combo greca dedita alla bella arte del metal più spigoloso e sinistro, sarebbero sicuramente stati spartani. Una buona seconda tappa sotto l'ala Coroner per loro, che pur senza disdegnare influenze altre, piantano le radici in un terreno che è praticamente un sotto genere: il suolo Meshuggah. Lo fanno in maniera cosciente, però, e vuoi quando il parallelismo è evidente -vedi assolo di 'Dog'-, vuoi quando l'impatto sfiora più un post-hc abbastanza personale e variegato nelle sue componenti, la sensazione che rimane è che la lezione sia stata, più che copiata, assimilata in profondità.

Tecnicamente il quintetto è ben preparato e sicuro delle sue potenzialità; ne è prova una sequenza di pezzi la cui lunghezza non scende mai sotto i quattro minuti. Canzoni quasi sempre ben sviluppate, oltrettutto, che mettono in evidenza un songwriting maturo quanto basta, con buoni cambi di umore nello sviluppo globale dell'album. Nessuna violenza sonora fine a se stessa, quindi, perchè ogni stoccata che i Tardive Dyskinesia mettono in campo pare essere preparata con cura, curata nel dettaglio. E così dai predominanti labirinti matematici cari ai Meshuggah spuntano echi degli Esoteric di 'Ram-faced Boy' nella seconda traccia, fino ad aperture melodiche mai scontate che richiamano la vecchia scuola post e riportano alla mente quell'atmosfera tetra che i Botch e i Breach più pesanti hanno saputo masticare in passato. Ben riuscita anche la settima traccia strumentale 'Ask E Sea', che avvolge l'ascoltatore con un riff paralizzante di sapore The Acacia Strain (Wanna see a fucking circle pit? Ecco fatto! nda).
Da segnalare anche una buona prova vocale da parte del cantante/chitarrista, capace di incastonare le lyrics in strutture dispari senza apparenti difficoltà, e credetemi, a volte l'impressione è che il nostro sia stato un instancabile giocatore di tetris in gioventù. Il suo screaming, timbricamente vicino a quello di Joe Duplantier dei Gojira, è tutto sommato convincente e non stanca l'orecchio dell'ascoltatore, già di per se' concentrato sul dare una logica all'intreccio strumentale dei brani.
Derivativi solo in apparenza, questi greci fanno ben sperare per il futuro, e hanno senza dubbio un merito: quello di aver digerito e sintetizzato la scuola Meshuggah sfornando un prodotto carico della tradizionale furia obliqua dei capiscuola, ma di più facile ascolto.

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