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domenica 21 marzo 2010

DARK TRANQUILLITY - We Are The Void

Century Media - 2010
Melodic Death Metal (100%)
Da 1 a 10: Impeccabile (7)
Articolo di: Davide Pozzi



Tornano a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro gli svedesi Dark Tranquillity, da sempre, insieme ai fratellastri In Flames, band di riferimento per il genere melodic death metal. Non c’è dubbio che la band di Mikael Stanne in questi anni sia rimasta maggiormente fedele alle proprie radici dimostrando una coerenza musicale che spesso è mancata alla band di Friden, troppo spesso impegnata a rinnovarsi, fallendo puntualmente il colpo.

Così in questo nuovo “We Are The Void” troviamo le medesime caratteristiche che tutti noi ci siamo abituati a scoprire in un nuovo disco dei Dark Tranquillity: grande forza nei suoni, aggressività e melodia che si intrecciano perfettamente, passaggi strumentali e vocali di grande impatto. La capacità della band svedese, attiva da oramai venti anni, di proporre ancora oggi brani efficaci e ricchi di phatos è una qualità unica che ha sempre contraddistinto i DT e che emerge in maniera lampante disco dopo disco. “Shadow In Our Blood”, “Dream Oblivion”, la bellissima “At The Point Of Ignition” sono solo esempi di quanto appena detto e antipasti per quello che riserva “We Are The Void”. Dal punto di vista esclusivamente musicale, questo nuovo lavoro segue le impronte lasciate dal precedente “Fiction”, di conseguenza la componente melodica è sempre più evidente, al cospetto di quell’aggressività che la faceva da padrone specialmente nei primi lavori. Disamine tecniche a parte non resta molto da dire su questo “We Are The Void” ennesimo ottimo lavoro, per una band che non fallisce mai il colpo. Che cosa possano ancora offrire i Dark Tranquillity in futuro più di quanto fatto fin qui è davvero difficile da capire, oggi ci resta l’ennesimo grande capitolo di un’avventura tanto lunga quanto indimenticabile.

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venerdì 8 gennaio 2010

FALLEN WITHIN - Intoxictaed


Coroner - 2009
Math pop metal
Da 1 a 10: NO! (4)
Articolo di: Michele Marinel


Cito (più o meno) dalla biografia della band:
"I Fallen Within sono una band di Atene nata nel 2003 ad opera del chitarrista Gio S. Il gruppo appartiene a quel genere di metal influenzato principalmente dal metalcore americano e dalla scena melodica scandinava, avendo anche elementi sperimentali, progressivi e molto altro ancora".


Traduco per i non addetti ai lavori: pur proveniend da una terra che ha dato molto al metal, soprattutto a quello estremo, negli anni '90, questi giovani greci non trovano di meglio da fare che spiattellarci su CD dieci pezzi che, per la maggior parte del tempo, scimmiottano i Meshuggah.
"Intoxicated" è un debut album, è anche ovvio che presenti delle ingenuità, dei riferimenti a volte sfacciatamente evidenti, insomma cose che in un album sarebbero pesanti difetti ma che, in un debut, potrebbero anche essere perdonati. Il fatto è che un disco di debutto dovrebbe dimostrare anche le capacità che una band dovrebbe essere in grado di sviluppare in futuro. Ecco, questo manca completamente.
I Fallen Within sono già strumentalmente maturi, come spesso accade oggi agli esordienti, ma peccano grandemente dal punto di vista dell'ispirazione. I brani "meshuggah-style" sono come prevedibile abbastanza pesanti da digerire. I pezzi che funzionano di più sono quelli basati su un'impostazione melo-death, decisamente più fruibili benchè banalotti.
Il tutto è ammorbato da inserti di clean vocals che ricordano (ci ho messo un po' per realizzarlo) gli Him in versione NON dark, quinid immaginatevi un pezzo di metal pesantissimo inframezzato da un Ville Valo in versione pop.
Ammetto che la voglia di fare qualcosa di diverso dal "solito" metalcore ci sia, ma questo non basta, da solo, a risollevare le sorti di un disco come questo.

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giovedì 7 gennaio 2010

DISARMONIA MUNDI – The Isolation Game


Coroner - 2009
Melodeath in fiamme
Da 1 a 10: Più realisti del Re, più infiammati degli In Flames (5)
Articolo di: Michele Marinel

I Disarmonia Mundi giungono, a stretto giro dalla ristampa del primo album, al loro quarto lavoro sulla lunga distanza. Purtroppo l'ennesima delusione.

E' proprio il confronto con l'esordio che mette fuori gioco questo disco, come i precedenti. Devo ammettere che se i Disarmonia Mundi fossero stati un cavallo da corsa, all'uscita del primo Nebularium, avrei puntato tutto su di loro, mi sarei giocato anche le mutande. E sarei rimasto nudo come un verme.
Il progetto retto con pugno di ferro dal tutto fare Ettore Rigotti (che suona e canta praticamente tutto tranne il growl, affidato a Claudio Ravinale) si è arenato sugli stilemi del death melodico di seconda generazione, che vede nei suoi capisaldi gli In Flames post "Clayman" e i Soilwork a partire da "Natural Born Chaos".
Nulla da ridire sullo stile che, di per se, ha anche riservato alcune belle sorprese in passato, ma ascoltando "The Isolation Game" sono proprio i nomi dei due numi tuteleari del genere che tornano continuamente e ossessivamente alla mente. Una sensazione fastidiosa che attanagliava già nei precedenti lavori e che oggi si tramuta in qualcosa di intollerabile.
Si badi bene, il giudizio tecnico sull'album non può che essere positivo, cosa che salva il disco da una ben peggiore stroncatura, ma è a livello contenutistico che proprio non ci siamo. Rigotti è un ottimo strumentista, ineccepibile alle chitarre e al basso, buono con la batteria, un po' da rivedere nel cantato, mentre Ravinale è un discreto screamer, sebbene fin troppo vicino nell'approccio allo stile di Anders Friden (e chi sennò?). Il disco è suonato bene, registrato in maniera professionale, con buoni suoni e con un'esecuzione senza sbavature, ma le composizioni sono impersonali, gli ennesimi frantumi delle promesse fatte ad inizio carriera.
"The Isolation Game" non è un brutto disco, semplicemente è un disco che non da nulla di suo, appetibile solo dai fan delusi dagli ultimi dischi di In Flames e Soilowrk.

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mercoledì 14 ottobre 2009

DARK AGE - Acedia



AFM Records - 2009
Melodic Death Metal
Da 1 a 10: troppo melodic e pochissimo death (6)
Articolo di: Davide Pozzi

Nel corso degli ultimi anni il melodic death metal è cambiato radicalmente; portato alla ribalta da decine di band per lo più di provenienza svedese o comunque nordica, In Flames e Dark Tranquillity su tutti, ha preferito, probabilmente per motivi commerciali, abbandonarsi alla melodia a discapito dell’anima death che dava credibilità e rendeva il sound interessante e assolutamente unico.

Da questa cordata vengono fuori i tedeschi Dark Age, band melodic death appunto, in giro da quasi dieci anni e che potrebbe essere presa come esempio per quanto detto pocanzi in merito al cambiamento di stile del genere. Intendiamoci, “Acedia” (questo il nome della nuova fatica della band europea) è sicuramente un album ben confezionato e ben interpretato dai singoli componenti, il problema sta tutto nell’originalità e nella maledetta sensazione del già sentito. Ed è così che snocciolando le undici tracks che compongono questo nuovo “Acedia”, non si può non notare un certo abuso di facili melodie, quasi metalcore in alcuni frangenti. Certo di fronte ad un brano come “Snake Of June” dove tutti specialmente il singer Eike sono autori di una prova esaltante, c’è poco da dire, ma è davvero troppo poco per giustificare un ipotetico acquisto ed anzi fa aumentare la rabbia perché il sopra citato brano dimostra che le carte in regola per spaccare il culo e fare ottima musica ci sarebbero tutte. Per quello che mi riguarda questa scelta stilistica pesa sul giudizio finale e complessivo di “Acedia”, che in fin dei conti mi lascia l’amaro in bocca per quello che poteva essere e alla fine non è stato. Peccato davvero.

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